Sono giorni convulsi e l’impressione (certamente la speranza) è che tra poche settimane molte cose saranno cambiate. Al contrario di quanto sta accadendo dall’altro parte del Mediterraneo, in Italia non sono però le rivolte di piazza a cacciare il dittatore. Al contrario, sono la magistratura, le confessioni di qualche escort, le contraddizioni di potere tutte interne alla maggioranza di governo a rendere plausibile, finalmente, l’ipotesi che il governo Berlusconi non regga.

Fino ad oggi la conflittualità messa in campo dall’opposizione sociale (l’opposizione politica e parlamentare è, alla prova dei fatti, pressoché inesistente) è stata generosa ma non sufficiente. Tante piazze, da ultimo quelle di sabato per la dignità delle donne, ma non ancora la capacità di indicare congiuntamente e unitariamente un’alternativa che dal conflitto porti alle urne.

Da questo punto di vista la Cgil, l’unica vera organizzazione di massa di questo Paese, ha una responsabilità importante. Il tempo dello sciopero generale è ora, perché soltanto con lo sciopero generale si potrà coagulare tutto il dissenso alle politiche della destra e di Confindustria e solo così i sacrifici di chi già si è speso con grande generosità (a partire dai metalmeccanici) potranno essere ripagati e trasformati nel fulcro di una nuova stagione democratica, non soltanto di resistenza ma anche di controffensiva. Per questo motivo è quanto mai opportuno chiedere che la Cgil metta in calendario al più presto lo sciopero generale, dentro l’agenda di iniziative di lotta che l’hanno vista positivamente protagonista in questi mesi.

Ma la politica non può ridursi, come invece troppo spesso accade, a commentare dall’esterno i fatti sociali. Deve incidere, per ciò che ad essa immediatamente compete.

Il nostro partito e la Federazione della Sinistra da questo punto di vista devono fare di più, perché siamo drammaticamente fermi e, ancor peggio, l’impressione che diamo all’esterno è che siamo semplicemente in attesa che cadano dal cielo le elezioni politiche così da consentirci di raggranellare i contributi e i rimborsi elettorali necessari per la nostra sopravvivenza. E non c’è modo migliore per morire che tirare a campare, passando il proprio tempo ad ingegnarsi su come sopravvivere.

E allora serve una scossa. Non credo che la proposta di Nichi Vendola di un governo di scopo sia una proposta giusta. Anzi: la ritengo profondamente sbagliata. Com’era sbagliata – lo dico per onestà nel dibattito tra compagni – quando ad avanzarla era, nel gennaio 2008 e come soluzione alla crisi del governo Prodi, tutta la maggioranza di Rifondazione Comunista stretta intorno a Bertinotti e Franco Giordano. I governi tecnici allargati a destra e tutte le ipotesi che non si fondano, almeno in apparenza e nelle dichiarazioni esplicite, su schieramenti e scelte programmatiche precise sono sempre molto pericolosi. E non si capisce, in tutta franchezza, come potrebbe essere una soluzione ai problemi dell’Italia un governo con Casini e Fini che si ponga l’obiettivo di cambiare la legge elettorale. Come abbiamo più volte ripetuto, ogni governo (anche “di scopo”) si troverebbe a votare leggi finanziarie, missioni militari, a mettere mano concretamente all’architettura politica e sociale del nostro Paese. Con i gravi danni che nel caso specifico è facile prevedere.

Chiarito questo, non mi convince il fatto che il profilo pubblico di Rifondazione comunista e della Federazione della Sinistra si costruisca sempre più spesso come controcanto delle posizioni altrui. La nostra condizione di marginalità nel panorama politico italiano deve farci riflettere e ci deve fare dismettere i panni che troppo spesso ancora indossiamo dei grilli parlanti. Al contrario, con molta umiltà, partiamo da noi, facendo poche cose e semplici.

Innanzitutto stiamo nella società, nei conflitti, provando a capitalizzare un po’ di più e un po’ meglio la nostra presenza. Sarà o non sarà un problema il fatto che pur essendo nei fatti l’unico partito che è stato presente dal primo all’ultimo giorno e con un programma forte e radicale nelle mobilitazioni degli studenti e in quelle degli operai di questi mesi, non cresciamo in nessun sondaggio? E allora, forse, senza dare sempre e soltanto la colpa al sistema massmediatico (è del tutto scontato che i poteri forti vogliano oscurare una forza antagonista come al nostra), bisogna riflettere sulla nostra proiezione esterna, sulla nostra capacità di comunicare le nostre idee e la nostra presenza, su ciò che trasmettiamo, sul nostro immaginario e sul senso della nostra impresa politica.

Secondo punto: diamo una risposta di buon senso, una volta tanto, al bisogno di unità che attraversa i settori democratici della società italiana. Vendola sbaglia nell’offrirsi ad una coalizione indiscriminata ma coglie un punto vero ed è per questo, tra i tanti motivi, che è premiato nei sondaggi al punto da toccare percentuali che mai il Prc aveva raggiunto nella sua storia: si pone come il referente di sinistra di una coalizione democratica strategicamente alternativa al centro-destra. Certo, noi sappiamo che le differenze programmatiche tra noi e il Pd sono tali da mettere in forte dubbio la tenuta di una coalizione di questo tipo, ed è per questo che diciamo che non siamo disponibili ad un accordo di governo (a maggior ragione in presenza di un Pd che addirittura apre alla Lega sul federalismo!). Ma la questione di fondo rimane: o ti proponi come soggetto attivo di un’alleanza democratica (pur con tutti i distinguo del caso) oppure sei espulso dalla politica e soprattutto dai sentimenti reali della nostra gente.

Dentro questa necessità ci sta infine il novero di questioni che riguarda più direttamente noi e cioè la sinistra italiana. Sono dell’avviso che tanti anni di errori e di sconfitte non si cancellano in pochi mesi e nulla mi toglie dalla mente il fatto che non sia sufficiente un bravo leader (che pure serve) per cambiare le cose. Dal 1989 in poi gli errori compiuti dai gruppi dirigenti della sinistra italiana hanno dilapidato lo straordinario patrimonio del Pci, ponendo un macigno sopra le speranze di poter contare su di un partito di massa con grandi consensi e grande radicamento. Tuttavia, non per questo, siamo condannati a ripetere gli stessi errori e soprattutto a rimanere fermi. La cosa più sensata che si dovrebbe fare è lavorare speditamente (ciascuno per quello che può fare) per costruire un’aggregazione politica della sinistra unitaria e plurale. Un punto di riferimento per i lavoratori, uno sponda per il sindacato (che – voglio far notare – è per la prima volta nella sua storia privo di un partito di riferimento dopo la deriva ultramoderata del Pd), per i movimenti e soprattutto un soggetto nel quale i giovani possano riconoscersi e attraverso il quale possano intravedere una speranza e un futuro.

Quella generazione che ha iniziato a fare politica a Genova e quella che sta iniziando a farla nelle lotte di questi mesi e che non si rassegna a doversi parcellizzare e dividere, come già il capitale la obbliga drammaticamente a fare nella vita di tutti giorni, anche a livello politico tra partitini che non contano nulla e profeti slegati dal territorio.

Va aperta un’offensiva unitaria a sinistra che sia reale e che si metta a disposizione del nostro popolo senza preclusioni. Dentro questo processo, e non al di fuori di esso e nell’iperuranio delle ideologie astratte, deve vivere la Federazione della Sinistra (che per fortuna i dipartimenti organizzazione dei soggetti promotori hanno iniziato a radicare con il ciclo di assemblee regionali che è in corso) e l’unità tra i due partiti comunisti.

Del resto, se ci pensate, la storia di Rifondazione comunista, a partire dalla sua origine, dice esattamente questo. E perché oggi “rifondazione” non rimanga una parola vuota, un feticcio con il quale crogiolarsi nella propria inutile, dannosa ed esiziale autosufficienza, bisogna ripartire da capo. Appunto dall’idea – che tante passioni aveva mosso e che tante passioni sarebbe in grado di muovere tuttora – di una rifondazione inclusiva, come aggregazione dei comunisti e della sinistra d’alternativa. Servirebbe però meno immotivata presunzione e più senso della misura. Che è anche – lo sanno bene i comunisti – senso di responsabilità nei confronti del proprio ruolo.