da www.claudiograssi.org

Il 3 febbraio 1991 a Rimini nasce ufficialmente il Movimento della Rifondazione Comunista. L’evento ha luogo in una sala della Fiera di Rimini. Si è da poco concluso il XX congresso del Pci. La maggioranza delle delegate e dei delegati ha deciso di dare vita a un nuovo partito: il Pds. Una parte di quello che al XIX e XX Congresso viene definito “fronte del no” decide di non aderire al Pds e di iniziare un percorso “per evitare che in Italia venga cancellata una presenza organizzata dei comunisti”. Garavini, Cossutta, Cappelloni, Libertini, Salvato, Serri, Vendola, Volponi, Bracci Torsi, Crippa, assieme a una sessantina di delegati e invitati, tengono una conferenza stampa per illustrare le ragioni di quella scelta e per annunciare il primo appuntamento pubblico nazionale di chiamata a raccolta degli aderenti al Movimento: il 10 febbraio al Teatro Brancaccio di Roma.

Il Movimento della Rifondazione Comunista parte con una evidente difficoltà ma, contemporaneamente, con una grande possibilità. La difficoltà nasce dalla spaccatura del “fronte del no”. Come è noto, una parte rilevante dei contrari allo scioglimento del Pci, in particolare dopo il discorso di Ingrao ad Arco di Trento (“dobbiamo rimanere nel gorgo”), decide di rimanere, seppure con una posizione critica, nel Pds. Si tratta di un errore storico che da un lato indebolisce e rende meno attrattiva l’impresa della Rifondazione Comunista, dall’altro non produce alcun risultato positivo. È lo stesso Ingrao a riconoscerlo quando, dopo pochi anni, decide di non iscriversi più al Pds. Ma il Movimento ha anche una grande potenzialità: nella base militante e nell’elettorato comunista è assai diffuso, molto più di quanto pensano i vari Occhetto, D’Alema e Veltroni, il rifiuto di omologarsi e di cancellare una storia che, pur con tutti i suoi limiti, legittima l’orgoglio di chi vi ha preso parte.

Ce ne accorgiamo subito. Posso portare una piccola testimonianza personale. Come compagno di Reggio Emilia, il 10 febbraio sono al Brancaccio. In quell’occasione vengono distribuite le prime tessere. Me ne danno mille. Mi sembrano tante anche perché a Reggio come in tutta l’Emilia Romagna siamo in pochi. Tranne Renato Albertini di Parma, quasi tutti i funzionari, i dirigenti sindacali, gli amministratori, i dirigenti delle cooperative, gli eletti, hanno scelto il Pds.

Ciò nonostante, appena rientrato da Roma nel giro di pochi giorni finisco tutte le tessere e me ne devo fare mandare altre mille.

Possiamo senz’altro dire che è un periodo di grande entusiasmo. Senza sedi, senza soldi, il Movimento comincia a radicarsi in tutto il territorio nazionale. Dopo pochi mesi arrivano i compagni del Pdup (Magri, Castellina, Pettinari, Crucianelli) e la maggioranza dei compagni di Dp (Vinci e Russo Spena).

Va ricordato che tutto questo è possibile perché già molti anni prima della Bolognina, più o meno a partire dalla fine degli anni ’70, nel Pci si  struttura un dissenso interno organizzato, con un proprio centro a Milano e una rivista, «Interstampa». Questo gruppo (i cui dirigenti più autorevoli sono Vaia, Sacchi e Bera) all’inizio degli anni ’80 si unisce a Cossutta e Cappelloni, i quali iniziano a distinguersi con alcuni emendamenti (contro lo «strappo» e per il superamento del capitalismo) nel Congresso del Pci. Senza questo lavoro di lunga lena, politico, organizzativo e di formazione di quadri Rifondazione Comunista non sarebbe mai nata.

Il Movimento per la Rifondazione Comunista decolla rapidamente. In ogni città in cui viene presentato, le sale si riempiono. Non sono solo i vecchi compagni che non vogliono che vengano cancellati un simbolo e una storia. A loro si affiancano giovani che vogliono una sinistra combattiva. Il 5 maggio 1991 si tiene a Roma la prima grande manifestazione nazionale. Il Palaeur si riempie di persone e di bandiere rosse. Spicca tra tutte quella dei compagni di Orvieto: un immenso bandierone cucito con tutte le bandiere delle sezioni del Pci della loro zona. L’entusiasmo è alle stelle, confermato anche dal dato elettorale che, alle prime amministrative , a Brescia, ci vede superare il 5 per cento. Gli iscritti il primo anno sono quasi 120.000.

Tuttavia assieme ai successi, fin dall’inizio, emergono divisioni, determinate dalle differenti provenienze e culture politiche. Non tardano a prodursi le prime gravi rotture.

La prima avviene nel 1993 con le dimissioni di Sergio Garavini. Rifondazione rimane senza segretario per quasi un anno. Alla base di quello scontro vi è certamente il comportamento non unitario e collegiale del segretario. Ma pesa soprattutto la mancanza della costruzione di un nuovo progetto e pensiero comune. In una parola, stenta a decollare proprio quella rifondazione comunista che doveva servire a elaborare un nuovo pensiero comunista, capace di superare in avanti le vecchie appartenenze.

Sono i primi segnali di difficoltà che dopo qualche anno diventeranno gravissime. Ma il partito continua a crescere e ad affermarsi. Bertinotti, da poco entrato nel partito con un gruppo di compagne e compagni provenienti dalla Cgil, all’inizio del 1994 diventa segretario nazionale. E’ una scelta di Cossutta e c’è anche l’accordo di Magri, il quale sin da subito lo sosterrà. Ma è un asse, quello tra Magri e Cossutta, che dura pochi mesi. Già si sta profilando una nuova spaccatura, che si consuma sulla vicenda Dini. Il gruppo di Magri, ben rappresentato sia alla Camera sia al Senato, decide di votare sulla fiducia al governo in modo difforme da quanto deciso dalla Direzione del partito. È l’inizio della prima scissione, quella dei Comunisti unitari. Una scissione che, erroneamente, si è spesso sottovalutata. E’ vero che non riguardò, se non marginalmente, strutture di partito territoriali, ma è altrettanto vero che privò il partito di un gruppo di dirigenti conosciuti e di indubbie capacità (Magri, Castellina, Crucianelli, Pettinari e molti altri).

È questa tuttavia la fase in cui, grazie alla tenuta dell’accordo tra Cossutta e Bertinotti e alla crescente popolarità di quest’ultimo, il partito vive il suo periodo di maggiore espansione, sia organizzativa sia elettorale. Tra il 1995 e il 1998 Rifondazione Comunista raccoglie il massimo consenso elettorale della sua storia: alle elezioni politiche del 1996 (quelle dell’accordo «di desistenza») prendiamo l’8,6% pari a 3.200.000 voti.

Dal mio punto di vista è stato il periodo più fecondo, in tutti i sensi, della nostra esperienza. L’accordo tra Cossutta e Bertinotti, in quegli anni, è un accordo vero. Il mix tra due personalità così diverse dà grande forza e credibilità al partito. La sintesi tra il ruolo di un Presidente attento alle relazioni politiche, alle alleanze, alla struttura organizzata del partito e il ruolo di un Segretario molto spinto sul versante sociale, dei movimenti e con una grande capacità comunicativa, dà a Rifondazione Comunista una forza e una autorevolezza che successivamente non riusciremo mai più a conquistare.

Anche su quel periodo un piccolo ricordo personale. Ero con Bertinotti a Bologna. Il segretario doveva tenere un comizio per le elezioni politiche del 1996 in Piazza Maggiore, una piazza enorme. Ricordo che Fausto era particolarmente teso anche perché prima di lui, nella stessa piazza, avrebbe parlato Fini.  Non dimenticherò mai quella serata. La piazza si riempì, tantissimi erano i giovani. Si percepiva un entusiasmo fortissimo e forte era l’identificazione tra la volontà di cambiamento di quelle persone in piazza con Rifondazione e il suo segretario. Quando Bertinotti  finì il comizio e scese dal palco impiegammo un’ora per uscire dalla piazza. Tutti volevano toccarlo, trasmettergli affetto. Tra quelli che vennero a salutarlo e a complimentarsi c’era anche Gianna Nannini che gli disse : “più che un comizio il tuo è stato un concerto”!

Purtroppo quella stagione finisce con la rottura del 1998. Doveva succedere per forza? Non credo. In quell’occasione l’errore madornale lo fece Cossutta. Per i danni che quella scissione produsse considero quell’errore paragonabile a quello commesso da  Ingrao nel 1989 quando decise di  “stare nel gorgo”. Quando dico questo, non intendo dire che Cossutta – e chi in quel momento condivideva la sua posizione contraria alla rottura con il Governo Prodi – non avesse delle ragioni e il diritto di sostenere fino in fondo quelle posizioni. Intendo dire che non si doveva per quel motivo uscire dal partito. Il danno fu enorme. Alle europee del 1999 Rifondazione crolla al 4,3% e il Pdci deve  accontentarsi di un misero 1,8%. Calano gli iscritti.  Molti, delusi, decidono di non andare né da una parte né dall’altra. Ma soprattutto si spezza quel mix positivo tra due culture politiche che è stata la forza vera di Rifondazione.

Dopo la scissione del 1998 si sviluppa una nuova stagione di Rifondazione Comunista. E’ la Rifondazione che investe sui movimenti (prima Seattle, poi Genova), che radicalizza la propria posizione politica e che attua progressivamente “innovazioni” che producono nuovi contrasti interni. Infatti nel congresso di Rimini del 2002 oltre alla storica opposizione interna di Ferrando (caratterizzatasi fin dal 1994 contro gli accordi con il centrosinistra) si manifesta un dissenso attraverso quattro emendamenti su temi di fondo: il concetto di imperialismo e il ruolo degli Stati nazionali che si ritengono ormai superati, sulla falsariga delle tesi negriane di Impero; la contrarietà a un giudizio liquidatorio sul Novecento; la centralità del conflitto capitale-lavoro; l’importanza del partito organizzato e con basi di massa. Il consenso che gli emendamenti raccolgono è significativo: attorno al 27%. Si riconoscono in questi emendamenti compagni che non avevano seguito Cossutta nella scissione e altri se ne aggiungono. Oltre a chi scrive, Burgio, Steri, Pegolo, Sorini, Cappelloni, Bracci Torsi, Valentini, Favaro, Casati e tutto il gruppo storico di Milano a partire da Sacchi, il Comandante Pesce e Nigretti, Masella, Giannini, Leoni, Canciani, Amagliani e molti altri.

Lo scontro interno è pesante, ma la maggioranza tra “bertinottiani” e “emendatari” non si rompe. Il partito riesce in parte a risalire la china grazie alla presenza nel movimento e alla leadership di Bertinotti che, pur indebolita, è ancora forte. Alle elezioni politiche del 2001, nonostante la tagliola del «voto utile», si ottiene un dignitoso 5%. Ma nel 2003 comincia a profilarsi una nuova svolta. Bertinotti ritiene che la stagione dei movimenti abbia modificato i rapporti di forza nel Paese al punto di rendere il centrosinistra “permeabile” ai contenuti della critica anticapitalistica. Si apre la stagione che porterà alle primarie con Prodi, all’ingresso nell’Unione e all’accordo di governo. La mia opinione è che in quella svolta risiedono le cause dei disastri che si sono prodotti successivamente. Intendiamoci: alle elezioni del 2006 il risultato è ottimo, non si ritorna ai livelli del 1996 ma quasi. La rappresentanza parlamentare è ampia e Bertinotti viene eletto presidente della Camera. Ma dopo pochi mesi di presenza nel governo si vede subito che i risultati vanno nella direzione opposta a quella auspicata. Il centrosinistra non si dimostra affatto permeabile ai movimenti, ma – semmai – a Confindustria, Usa e Vaticano. Il crollo di credibilità nei movimenti e nella parte più combattiva del mondo del lavoro è drammatico.

A conti fatti possiamo dire che al congresso di Venezia nel 2005 aveva avuto ragione quella parte del partito (oltre il 40%) che aveva messo in guardia, seppure con posizioni diversificate, rispetto all’errore che si stava commettendo. Ho un ricordo bruttissimo di quel congresso. Lo statuto votato a maggioranza, ma soprattutto quel passaggio delle conclusioni in cui Bertinotti ci indica la porta. Quella frase mi rimbombò nella testa per tutto il tempo delle conclusioni: ne rimasi talmente scosso che per più di una volta dentro di me pensai che era il caso di uscire dalla sala. Non so cosa mi trattenne, ma rimasi fino alla fine provando l’amarezza di non potere applaudire né cantare bandiera rossa alla conclusione del Congresso.

Quello che è successo dopo riguarda l’attualità. L’Arcobaleno ci porta fuori dal Parlamento e Bertinotti in campagna elettorale parla esplicitamente di un nuovo soggetto politico di sinistra  all’interno del quale i comunisti diventerebbero una  “tendenza culturale”. Sono le premesse che ci porteranno al Congresso di Chianciano, nel quale si consuma uno scontro frontale tra il primo e il secondo documento che dopo pochi mesi conduce all’ennesima scissione. Quasi tutto il gruppo dirigente più conosciuto esce dal Prc e con Vendola dà vita a Sel.

Il gruppo dirigente eletto al congresso di Chianciano inizia a lavorare in una situazione di grave indebolimento organizzativo e di leadership, con una condizione economica drammatica in conseguenza del cessato finanziamento pubblico e con una «Liberazione» che pesa sulle casse del partito per 3 milioni di euro all’anno. Le difficoltà sono rilevanti e, tuttavia, penso che, in prospettiva si possano superare. Credo ci sia ancora lo spazio in questo Paese (come in quasi tutti i Paesi europei) per una forza comunista e di alternativa con un consenso elettorale significativo. E non è affatto detto che questo spazio sia occupato da Sel o integralmente da Sel. Poiché se è vero, come è vero, che Sel gode oggi di un consenso nettamente superiore al nostro, è altrettanto vero che il suo progetto politico è ampiamente indefinito e che molto di questo consenso deriva dal carisma e dalle capacità mediatiche di Nichi Vendola. Sappiamo, per diretta esperienza, che la popolarità e la capacità comunicativa del leader sono fattori importanti ma non sufficienti e che il consenso, così come è cresciuto rapidamente, può crollare altrettanto rapidamente.

Per parte nostra – e vale la pena di ribadirlo in occasione del ventennale di Rifondazione Comunista – dobbiamo lavorare per ricostruire una forza che faccia della difesa del mondo del lavoro il cuore della propria proposta politica. La stagione di lotte che stiamo vivendo (16 ottobre, Pomigliano, Mirafiori, movimento anti-Gelmini) ci dice che le condizioni ci sono tutte. Assieme a questo bisogna unire le forze. La frammentazione mina la credibilità del nostro progetto. Va strutturata la Federazione della Sinistra sui territori. Vanno unite le forze comuniste, a partire da Prc e Pdci, in un unico partito. Non bisogna mai rinunciare a costruire unità d’azione anche con forze esterne alla Fds a partire da Sel. Il 2011 è anno di Congressi. Utilizziamoli per realizzare questo progetto, per fare sì che, nel ventennale di Rifondazione Comunista, si chiuda per sempre con le divisioni e si imbocchi finalmente la strada dell’unità.