Dobbiamo provare a rispondere preliminarmente a una domanda, cui Caterina Di Fazio – che ringrazio di cuore per avere reso possibile questo incontro – ha dedicato il proprio lavoro di tesi.
Un testo – lo dico in premessa – che è di straordinario valore sia per la comunità scientifica sia per il nostro stesso lavoro politico.
La domanda è la seguente: cos’è lo spazio politico? Per utilizzare la dicotomia fondamentale su cui Caterina Di Fazio costruisce il proprio impianto argomentativo, possiamo dire così: sia che esso si determini come spazio d’apparizione, come luogo immediato di relazione tra Principe e popolo, sia che esso si qualifichi come spazio di rappresentazione, esso è il teatro della cittadinanza e del discorso pubblico, il perimetro dentro il quale va in scena la dinamica storica.
Carlo Galli (Spazi politici. L’età moderna e l’età globale, Il Mulino 2001, tradotto poi in inglese nel 2010 con il titolo Political Spaces and Global War) lo definisce in questi termini: esso è la struttura topologica dell’Essere a cui fa riferimento, consapevole o no, ogni pensiero o sistema politico.
Mi sembra una definizione convincente. Questa struttura topologica è incardinata intorno a tre assi:
la misura: cioè i rapporti di forza e di grandezza tra i soggetti che appartengono alla cittadinanza, che giocano un ruolo sul piano simbolico e concreto;
la geografia: cioè la morfologia, culturale e fisica, materiale e immateriale, dei territori che vivono all’interno del perimetro della cittadinanza;
la storia: cioè lo sviluppo dinamico delle strutture e delle ideologie/dell’apparato delle idee che le corroborano.

La mia opinione, che vi propongo in termini molto schematici, è che stiamo vivendo un tempo in cui giunge a piena maturazione un processo di crisi della modernità che non ci consente di dare per acquisiti schemi interpretativi, paradigmi, linguaggi, strutture di pensiero che hanno segnato dalla Rivoluzione francese in avanti la storia delle dottrine politiche.
Marc Bloch parlava di civilizzazione, a indicare il coagulo inestricabile di strutture materiali e strutture psico-sociali che caratterizzano una data società. Penso che la peculiare forma di civilizzazione europea che abbiamo sin qui conosciuto sia irrimediabilmente in crisi.
Paul Hazard, commentando negli anni Trenta del secolo scorso il passaggio in Europa tra la revoca dell’editto di Nantes e la morte di Luigi XIV, cioè i tre decenni a cavallo del Settecento, introduceva la categoria della “crisi della coscienza europea”. Penso che noi siamo di fronte a una nuova grande crisi della coscienza europea.
E questa crisi di civilizzazione, questa crisi della coscienza è a tal punto profonda che anche lo spazio politico è in discussione, non è più un a priori codificato, ma diventa una scelta soggettiva.

In altri termini: oggi lo spazio politico non è più un paradigma ma è il frutto possibile di una scelta. Torna la suggestione dell’Hobbes della terza parte del Leviatano: come il cristianesimo ha creato un luogo vuoto (il luogo vuoto del potere, scrive Lefort) caratterizzato dall’assenza di Dio nel mondo, oggi occorre una nuova grande apparizione – direbbe Caterina Di Fazio ricordando Machiavelli e i suoi lettori del secolo scorso – in grado di ridefinirne le coordinate.
Carl Schmitt avrebbe consigliato un atto di sovranità dentro lo stato d’eccezione.
Un atto creativo, non un atto di semplice volontà ma un atto di profezia. Di anticipazione e di immaginazione di un ordine verso il quale, prescrittivamente, decidiamo di orientare le nostre scelte.
Un atto di costruzione di uno spazio che, ancora con Schmitt, abbia potere ordinativo (Der Nomos der Erde, 1950). A noi compete l’obbligo di ricostruire uno spazio politico dotato di un potere pienamente ordinativo.
Consapevoli, ovviamente, della lezione del Machiavelli dei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio e del Principe e cioè del fatto che lo spazio della politica è realisticamente lo spazio del movimento (spazio della corporeità al plurale, scrive Caterina Di Fazio). Campo di gioco di forze contrastanti, direi io, teatro di uno scontro, di una contraddizione e di un conflitto (anzi: di contraddizioni e di conflitti) che noi interpretiamo sempre, marxianamente, dal punto di visto del loro oggettivo significato sociale. Intendendoli, dentro un modo di produzione capitalistico, alla luce della contraddizione principale tra chi vende e chi acquista forza lavoro.

Si tratta di una scelta. Difficile, ma che è in capo a noi.
Scorgo in diversi anfratti della sinistra europea rigurgiti nazionalistici che mi preoccupano e di cui i posizionamenti intorno al tema della gestione dei processi migratori sono la migliore cartina di tornasole. Non si tratta di novità assolute. Nella conclusione della tesi di Di Fazio (Le déchirement de l’espace politique: Post-Europe et liberté de mouvement) non a caso la questione migrazioni/frontiere acquisisce un valore paradigmatico, collocandosi nientemeno che al centro della costruzione, della lacerazione e della negazione dello spazio politico europeo.
Le posizioni di chi se ne fa carico in termini nazionali e regressivi non possono sorprenderci. Ricordo che i partiti comunisti e la Terza Internazionale nacquero nel vivo e nelle immediate vicinanze della prima guerra mondiale, contro la scelta di gran parte dei partiti socialisti europei di votare i crediti di guerra accodandosi alle rispettive borghesie nazionali. Aggiungo – ma lo dico sottovoce, perché meriterebbe davvero un approfondimento oggi impossibile persino da accennare – che le conformazioni attuali degli Stati nazionali non sono prodotti della natura, non sono dati di realtà assoluti, bensì il frutto di condizioni storiche particolari e – segnatamente – di processi di natura coloniale o scaturigini di patti, armistizi e processi di pace successivi a vittorie e sconfitte militari. Un po’ poco per non affrontarle con spirito critico.

Vedo poi emergere localismi, identitarismi regionali. I quali contengono un nucleo di verità, formulano una domanda di verità (giacché le identità nazionali dovrebbero coincidere in tutto e non in parte con quelle percepite e autodefinite dai popoli che le animano) ma i quali danno una risposta sbagliata nella misura in cui si affermano – al di fuori di una cornice di solidarietà sovranazionale – come semplici processi di secessione e di separazione egoistica ed egotistica dal tutto nel quale sono contenuti.

Per noi invece lo spazio politico è l’Europa nella sua interezza, nella sua natura multiforme. L’Europa, che è stata nel corso dei secoli molte cose insieme e, al contempo, nulla di univoco e definitivo, è in realtà un’idea, uno spazio culturale in movimento. E una storia – come ho provato a scrivere nel mio ultimo libro – che affonda le sue radici in una identità, composita ma precisa. Lo diceva Henri Pirenne: il passaggio dall’età antica al Medioevo coincide con la fine della civiltà mediterranea e con la nascita di una vera e propria civiltà europea. Il Medioevo è il primo atto della storia d’Europa. La fine dell’impero romano e del mondo antico fu la separazione dell’Europa continentale geografica dai destini del Mediterraneo e l’emergere di un’Europa come nuova area di civiltà. Caratterizzata dalla Cristianità (anche quando l’unità politica rimaneva, da Carlo Magno a Carlo V, una chimera) come vero e proprio idioma condiviso, come valore costitutivo di un intero spazio politico. E – allo stesso tempo – da una disomogeneità etnica, linguistica e culturale che rimane il tratto dominante che attraversa la nostra storia comune: da quella dei Franchi (federatori di popoli) a quella dei secoli a noi più prossimi. In tempi recenti Kriztof Pomian ha parlato dell’Europa come “campo di forze contrastanti”, a indicare una tensione all’universalismo (il campo) dentro il quale agiscono spinte centrifughe tra loro in equilibrio.
Come dire: la radice più forte dell’Europa è forse questa e contiene in sé programmaticamente l’ambizione a dare vita a una sovranità politica unitaria, di stampo sovra-nazionale, nella quale possano convivere etnie, lingue, culture, nazionalità diverse. Dall’impero carolingio all’impero austroungarico sino alla Jugoslavia multinazionale di Tito. Dalla Mitteleuropa al sogno di una Europa federale (per noi, eredi del Manifesto di Ventotene di Spinelli e Rossi, di matrice socialista).

Che il neo-nazionalismo, tanto quello che segna le forze populiste e reazionarie, quanto quello che permea – come abbiamo detto – anche una parte della sinistra europea, sia nemico di questa scelta di campo, di questa impostazione, è poco meno che ovvio.
Altrettanto, lo è il fatto che sia nemica dell’Europa (dell’Europa per come la intendiamo noi) un’impostazione europeista tutta retorica, che accetta passivamente ciò che l’Unione Europea è oggi e non considera la necessità vincolante di una grande riforma.
L’Unione Europea è nemica dell’Europa. I trattati europei sono la camicia di forza di un vero progetto federalista e socialista europeo.

Mi avvio a concludere.
Quale Unione Europea servirebbe per ricucire la frattura tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere?
Un’Unione Europea che realizzi contemporaneamente tre obiettivi.
Il primo: affrontare un grande processo democratico di ridefinizione della propria architettura costituzionale. Che metta i popoli europei nella condizione di potere votare una Costituzione che garantisca una sovranità a livello comunitario ma che al contempo doti l’Unione di un Parlamento con piene funzioni legislative, eletto democraticamente con liste europee. Che modifichi complessivamente gli istituti di governance, a partire dalla Commissione. E che fornisce la Banca Centrale di poteri simili alla Federal Reserve o alla Banca centrale giapponese, consentendole una politica monetaria espansiva e non mediata dal ruolo delle banche private.
Il secondo: occorre un’inversione di rotta nelle politiche economiche, sociali e prima ancora in quelle industriali. Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo economico del governo Renzi e del governo Gentiloni, commentando la minaccia americana di estendere i dazi all’acciaio e all’alluminio, ha recentemente dichiarato al Sole 24 Ore, il più importante giornale economico italiano, che “l’Italia ha sbagliato, in base a un’interpretazione dogmatica delle catene globali del valore, a importare l’acciaio al più basso costo possibile, prodotto in Asia in dumping, distruggendo l’industria del settore in Europa”. Meglio tardi che mai. Occorre una grande politica ridistribuiva fondata su politiche pubbliche europee per l’occupazione, un piano straordinario per il lavoro, forme di protezione salariale e di welfare comuni. E, prima ancora, una politica industriale, una strategia industriale all’altezza delle grandi innovazioni della tecnica e della produzione, che sia comune e complementare.
Il terzo: occorre una politica estera comune dell’Europa e una politica di pace dell’Europa. In una direzione diversa da quella ipotizzata da Macron. O l’Europa svolge una funzione autonoma come perno di un nuovo sistema multipolare oppure non ha futuro. O l’Europa inizia a costruire strategie economiche e commerciali compatibili con il nuovo ruolo globale della Russia e della Cina o non ha futuro. Altro che sanzioni alla Russia. O l’Europa ripensa l’alleanza della Nato, svolgendo una funzione di equilibrio tra l’Oriente e gli Stati Uniti oppure non ha futuro. O l’Europa diventa player autonomo in Medio Oriente oppure la guerra tra Israele e Iran si compirà e trascinerà con sé il mondo intero.

Ma un’Europa che cambia la propria architettura costituzionale, che dà luogo a politiche redistributive e produttive coraggiose e inedite, che conquista autonomia e terzietà nello scacchiere della geopolitica mondiale può darsi soltanto a condizione che la guidi una sinistra consapevole, avvertita della grandezza delle sfide che l’attendono, conscia della propria funzione storica.
Di tutto questo oggi non c’è traccia evidente. Afoni di un vocabolario comune. Frammentati, come siamo, tra una parte rilevante del socialismo europeo che ha scelto di essere junior partner dei liberali e dei popolari nelle grandi coalizioni (quelle che hanno imposto politiche d’austerità e attinto a piene mani all’armamentario ideologico del neo-liberalismo) e tante piccole litigiose formazioni della sinistra radicale. Occorrerebbe anche in questo la forza e il coraggio di un atto creativo che ridisegni – in virtù di un progetto comune di trasformazione in senso progressivo dell’Europa – i confini delle appartenenze alle singole famiglie europee. La forza, il coraggio e l’umiltà che serve a valle di un trentennio nel quale la sinistra ha perso perché ha sbagliato e ha sbagliato perché ha perso: il proprio orizzonte, il proprio spazio, il proprio posto all’interno di questo spazio.