Questo mio secondo intervento è molto più breve, perché non spetta a me giudicare il valore e l’efficacia del testo che ho redatto insieme a Roberto Gramiccia. 

Mi preme però condividere con voi la premessa da cui prende le mosse il nostro lavoro. Esther Judith Singer nel 1988 pubblica Lezioni americane. Sei proposte per il nuovo millennio, raccogliendo a tre anni di distanza dalla morte del marito le lezioni che questi avrebbe dovuto tenere per l’Università di Harward sulla letteratura. Il marito di Esther Judith Singer era Italo Calvino, uno dei più grandi letterati europei del Novecento. In quel testo Calvino scrive che l’umanità è stata colpita da una vera e propria epidemia pestilenziale nella funzione che più le è propria: nell’uso del linguaggio e della parola. L’umanità – dice Calvino – fatica a causa di questa peste a usare il linguaggio, a sfruttarne la forza evocativa, allusiva, narrativa e anche quella conflittuale e trasformativa.

Le parole sono strumenti per difendersi e per attaccare. Segni, simboli di quel che siamo, del nostro ruolo nel mondo, nella società e nella storia.

La letteratura – sosteneva Calvino – poteva essere la cura contro la peste, la medicina in grado di creare gli anticorpi, la terra promessa in cui il linguaggio torni a essere ciò che avrebbe dovuto.

Sulla base di questa premessa ci siamo posti la seguente domanda: dato che la politica è stata uno degli agenti patogeni di questa epidemia e dato che la sinistra porta su di sé una quota enorme di responsabilità nella diffusione della peste, possono anche la politica, l’impegno civile, la sinistra tornare a essere – insieme e come la letteratura – parte di questa cura, di questa medicina, di questa terra promessa?

Fuori di metafora, e abbandonando Calvino, può la sinistra – che in questi ultimi trent’anni ha abbandonato, dimenticato, ostracizzato, camuffato, travisato le parole della nostra storia, del nostro vocabolario – pulire il suo linguaggio, ridefinendo un profilo ideologico e identitario coerente con la nostra tradizione e all’altezza delle nuove sfide contenute nel nuovo spazio politico europeo?

Noi pensiamo di sì, siamo qui a parlarne, siamo qui a lottare, ma a condizione che si sia consapevoli del fatto che questo processo di abbandono, furto, tradimento delle parole non è questione di cui si devono occupare i linguisti o i filologi ma questione che riguarda tutti e, per intero, chi è interessato come noi ad esprimere un giudizio sull’apparato ideologico neo-liberale cui la sinistra ha attinto a piene mani nell’indirizzare e promuovere i processi di governance europea degli ultimi trent’anni.

Il Washington Consensus, la nascita del neo-liberalismo, i processi di frammentazione produttiva, delocalizzazione, precarizzazione del mercato del lavoro. E poi il crollo del Muro di Berlino, la supposta fine della storia, fine del Novecento, fine del lavoro. E poi, ancora, la terza via – Clinton, Schroder e Tony Blair – l’idea che l’orizzonte della sinistra non potesse più essere trasformativo, progressivamente allusivo di un altro sistema ma sempre e comunque dovesse essere compatibile con questo recinto di valori, di rapporti di classe, di rapporti di scambio. Fino a giungere a noi: ai partiti socialisti junior partner delle grandi coalizioni, votati in larga misura soltanto dalle élite negli interessi delle élite. 

Qui si colloca la necessità storica di un discorso contro-egemonico e qui si colloca – molto più modestamente – il tentativo di individuare alcune parole chiave, simbolo e parte di una nuova impalcatura ideologica e identitaria intorno a cui ricostruire la sinistra europea.

Nel breve tempo a disposizione, ne individuo qui alcune. Per la precisione cinque. Un trittico e una coppia. Mi scuserete per la schematicità quasi apodittica.

Il trittico è questo: capitalismo, populismo e socialismo. Per le ragioni sopra accennate, noi dobbiamo tornare a sottoporre a critica il modo di produzione capitalistico. Non esiste sinistra al di fuori di un perimetro e di un orizzonte anti-capitalistico. E non esiste strategia trasformativa che non muova dalla presa d’atto che viviamo all’interno di un modo di produzione capitalistico. Non è la natura delle leggi economiche, è una scelta. La scelta di una società basata sul conflitto tra chi vende e chi acquista forza lavoro. Che seppure è sottoposta negli ultimi decenni a profonde modificazioni (il ruolo sempre più centrale della finanza e dell’economia immateriale; il valore della globalizzazione; l’incidenza della tecnica e dell’automazione nella produzione) non cambia la sua essenza strutturale. Dentro questo sistema, questo spazio sociale, la sinistra deve dunque scegliere a chi e cosa dare rappresentanza, quali interessi interpretare anche allo scopo di ridefinire un progetto nazionale ed europeo che produca parziali e progressivi compromessi più avanzati tra gli attori sociali. Non ho tempo di approfondire le ragioni per le quali ritengo il populismo del tutto compatibile e coerente con questo capitalismo. Basti rilevare come la grammatica politica e istituzionale della tecnocrazia oggi dominante – come ho provato ad argomentare in altre sedi – sia contigua e per molti versi sovrapponibile a quella dei populismi reazionari insorgenti in Europa (disintermediazione, presunto interesse generale, svuotamento degli istituti democratici). Né ho tempo per approfondire le ragioni per le quali penso che il socialismo sia un orizzonte attuale, nella misura in cui sia capace di declinarsi nei termini di una nuova dottrina dell’umanesimo sociale che ricollochi al centro la socializzazione della democrazia, della produzione, dei bisogni e dei desideri di tutti e di ciascuno.

Giacomo Leopardi nelle Canzoni, prima di approdare alla poetica degli Idilli, del vago e dell’indefinito, rivendica la sua lingua “pellegrina”: parole antiquate, lontane dall’uso, atte a provocare in chi legge spaesamento, sconcerto, straniamento. Noi corriamo il rischio che socialismo sia oggi niente più che una parola pellegrina. Siamo obbligati a riempita di senso. Io propongo una coppia, che è endiadi e dicotomia allo stesso tempo. Lavoro e fragilità. Diritto al lavoro, lavoro di cittadinanza, lavoro minimo garantito come fulcro di una proposta politica di inclusione e ridefinizione del welfare. Che porta con sé riforme radicali sul terreno della riduzione e redistribuzione dell’orario di lavoro; un grande piano per l’occupazione e gli investimenti su scala europea; l’introduzione di un salario minimo orario che salvi dal ricatto e dalla schiavitù decine di milioni di giovani europei. Ma anche lavoro come strumento di affermazione – per dirla con Papa Francesco – di una dignità personale e collettiva che è e deve essere la cifra della nuova civilizzazione europea.

Ma il controcanto del lavoro è la fragilità, categoria cult del nostro tempo, della nostra epoca. 

Pochi giorni fa Matteo Salvini, il capo della Lega, ha fatto alcune dichiarazioni molto efficaci. Ha detto: in Italia ci sono 11 milioni di persone che assumono psicofarmaci. Almeno 11 milioni di persone che sono affette da malattie dell’anima. Il nostro governo dovrà essere la cura, ridare fiducia, serenità, speranza a queste persone. Il problema è che Salvini ha colto il punto, il cuore di quella che Gérard Schmit e Miguel Benasayag hanno giustamente chiamato l’epoca delle passioni tristi. E la sinistra non ha capito niente, lo ha denigrato, sfottuto, ignorato. Perché in questi anni ha smesso di occuparsi della vita quotidiana delle donne e degli uomini. Si è mostrata indifferente alla vita, sconnessa. Non la vita delle grandi speculazioni astratte. Ma la vita quotidiana, minuta, fatta di sofferenze, disagi, solitudini, angosce, depressioni, paure. Passioni, desideri, incubi e bisogni. In un tempo non troppo lontano la sinistra era proprio questo: era tenersi per mano, avere cura ciascuno dell’altro e il partito (il sindacato, la cooperativa, il dopolavoro, la Chiesa) di tutti. Berlinguer e Don Milani. Poi quella sinistra – come ho detto – ha iniziato a picconare i legami sociali, la solidarietà tra le persone, dentro la classe e persino tra le classi, a frantumare il lavoro, la società, i valori che tenevano unita una comunità. E ci siamo scoperti – dopo trent’anni di neoliberalismo – soli, muti, frustrati, incattiviti, diffidenti. Salvini ha ragione, perché prende sul serio queste paure, le ascolta, le eleva retoricamente a punto di riferimento, guida di un’idea populista ma anche popolare della politica. Dice: ci penso io. Me ne occupo io. Loro sono i nemici e io sono il capo, l’uomo forte che mette ordine nel caos. Salvini – leader di un partito di massa (sezioni, identità, programma, cultura e pratica di governo) capisce il bisogno di protezione e di compattezza ideale-identitaria di tante persone che si sono scoperte atomizzate. Dà una risposta politica – antitetica rispetto alla nostra ma politica – alla fragilità del nostro tempo. Per questo la destra vince. E per questo può sfondare ancora di più di quanto non stia già facendo. 

Io non appartengo alla schiera di coloro che vogliono rimanere indifferenti. Già l’anno scorso, insieme a un nucleo di artisti democratici, ho scritto e firmato ancora insieme a Roberto Gramiccia un Manifesto della fragilità. L’idea è semplice. Ancora Leopardi, questa volta La Ginestra. La catena umana, la federazione solidale delle fragilità. Quale migliore sintesi per ciò che dovremmo essere? La consapevolezza della propria fragilità come possibile leva di un riscatto collettivo di cui la sinistra torni a farsi carico. 

Ho messo sul tavolo troppi spunti, sufficienti per dire questo: che alla sinistra europea serve un pensiero organico, un apparato ideologico, identitario e – di conseguenza – un linguaggio preciso e codificato. Che in questo lavoro bisogna recuperare dalla polvere della storia i nostri fondamentali (capitalismo, socialismo, conflitto, lavoro, eguaglianza) e reinterpretarli. Riconnettendo la teoria alla vita. Quella dei soggetti sociali e degli interessi ma anche quella dei corpi e dei desideri. Così avremo una chance. Senza questo nessuna.