Anche mettere in ordine dalla più grande alla più piccola le questioni che ci consegna il voto siciliano mi pare una pratica corretta che non dobbiamo disimparare. Il primo tema, il più macroscopico, è l’astensione: 46% di affluenza in Sicilia, 37% al X Municipio di Roma. Un’astensione cronica che dimostra tutto lo scollamento e il distacco che esiste oggi tra società e politica, tra una società in sofferenza e una politica che non parla più a nessuno. Proporre l’idea di una forza democratica della sinistra significa anche questo: mettere all’ordine del giorno la necessità dell’autoriforma, non come postilla di secondaria importanza, ma come cuore della questione democratica oggi.

Secondo tema, altrettanto macroscopico: vince la destra unita, e dietro ci sono i Cinque Stelle. Come a Ostia, dove destra e Cinque Stelle vanno al ballottaggio (con il partito neo-fascista di Casapound al 9%). La sinistra, il centro-sinistra, non toccano palla. Sono a distanza di sicurezza, corrono per la medaglia di bronzo, per essere il terzo o il quarto polo. Si tratta di un problema gigantesco, perché rischia di consegnare in prospettiva il Paese a uno scenario cupo, con la sinistra ai margini, fuori dalla contesa per il governo. Uno scenario al quale non dobbiamo rassegnarci, tornando a svolgere un ruolo di ricostruzione di un campo più largo, non marginale né minoritario.

Il terzo dato è invece una novità interessante, anche in chiave nazionale: il richiamo al voto utile contro di noi in Sicilia non ha più funzionato o ha comunque funzionato molto meno. Micari prende meno voti della coalizione che lo sostiene. Fava prende più voti della lista. La somma dei voti di Micari e di quelli di Fava non raggiunge né i voti della destra né quelli dei Cinque Stelle. Bisognerebbe dirlo al Pd, ricordandogli anche che Crocetta nel 2012 aveva vinto anche da solo, senza i voti di Giovanna Marano e di Fava.

Il quarto dato (il quarto, non il primo) è che noi abbiamo confermato i voti di Marano e abbiamo una lista che da sola supera il 5%. Quindi un buon risultato, una buona base di partenza, che ci pare insufficiente solo perché nelle settimane scorse abbiamo collocato troppo in alto l’asticella delle aspettative. La listarella del 2-3% su cui in tanti hanno ironizzato qui non c’è. Entriamo dopo undici anni nell’Assemblea siciliana grazie a un serbatoio di idee, a un candidato, Claudio Fava, e un esercito di militanti che in Italia non ha nessuno e che noi dobbiamo ringraziare.

Però mi pare ci sia un però, che va pesato, soppesato, dentro questa discussione. E non mi riferisco soltanto all’analisi del voto siciliano, ma alla discussione generale sulla fase e sulle prospettive che dobbiamo fare.
Noi non ce la caveremmo se facessimo soltanto il partito contro Renzi; misurando i metri che ci distanziano da loro, soprattutto ora che iniziamo una campagna elettorale lunghissima. Perché l’esito – al più – sarebbe un risultato dignitoso, ma non la svolta che intendiamo imprimere alla storia politica di questo Paese. Se rimaniamo così siamo più Ps francese che Labour, più KKE (o Pasok) che Syriza.
E per essere più Labour che Psf, più Syriza che Pasok, a noi serve molto di più: serve fare quello che hanno fatto loro, cioè mettere testa sullo sforzo di pensiero, epocale, che dobbiamo compiere. Di fronte a grandi sconvolgimenti, alla crisi della socialdemocrazia europea. Di fronte a un’Europa che va a destra, dall’Austria alla Repubblica Ceca, alla Germania. Che si chiude in se stessa, stretta nella morsa tra tecnocrazia e populismo reazionario. Noi non possiamo cavarcela facendo il verso a Renzi, commentando le sue defaillance. Serve un pensiero più profondo, più serio, più rigoroso. Che si interroghi sulle grandi questioni che furono già al centro dell’Ottocento e del Novecento e che oggi tornano a presentare il conto: la sovranità, la democrazia, l’identità nazionale. La vicenda della Catalogna, persino i referendum in Lombardia e soprattutto in Veneto, dicono che serve una nuova Europa, più Europa, più politica. Non possiamo cavarcela con una riflessione avvizzita sulle alleanze, sul Pd, su Renzi, su Franceschini.
Dobbiamo – dico una cosa sapendo di rischiare di risultare del tutto eccentrico – avere un pensiero forte e complesso sulla Cina, sul significato dell’ultimo congresso del Partito comunista cinese, sul senso della direzione che  Xi Jinping ha impresso alla politica economica cinese, con lo Stato come guida dell’economia, con il potenziamento, e non la riduzione, della centralità delle imprese di Stato. Dobbiamo avere un pensiero forte su questo per capire gli equilibri del mondo, commerciali e non solo. Il ruolo della guerra nel nuovo ordine mondiale. Dobbiamo mettere la testa qui dentro.
Sapendo che questo è il compito di una sinistra con cultura di governo e con un’ambizione radicale.
Ecco, io penso che questa ambizione sia troppo importante per limitarci a un processo elettorale con Sinistra italiana e Possibile che pure è necessario e improrogabile.

Serve un partito. Ho concluso. Un partito, come ci ha insegnato Gramsci, in cui l’elaborazione politico-intellettuale salga dal basso verso l’alto e la responsabilità della direzione venga condivisa, anche come antidoto ai movimenti dei capi carismatici, sotto i quali si addormentano masse di manovra, eserciti passivi. Serve un partito che sia in grado di un’analisi della storia, di svolgere una funzione nazionale, di accumulare forze, massa critica, consenso. Che torni a porre il tema della rivoluzione in Occidente, nella conquista di un apparato ideologico formidabile, che va appunto smontato, decostruito, ricostruito pezzo dopo pezzo.

Continuo a pensare che noi si debba essere il nucleo di questa opera di studio, di inchiesta, di radicamento territoriale. Vorrei che nei prossimi mesi non smarrissimo questa strada.

[intervento alla Direzione di Articolo Uno – Mdp, 7 novembre 2o17]