Esiste un indicatore infallibile dello stato di salute della sinistra italiana: è la discrepanza tra la complessità dei problemi storici che stiamo attraversando, dentro una transizione che pone l’umanità di fronte a interrogativi che toccano e trasformano il nostro destino (il rapporto con la tecnologia e la robotizzazione del lavoro, il rapporto tra sviluppo e ambiente, la demografia, le grandi migrazioni, lo sfruttamento, le nuove guerre) e la mediocrità della nostra iniziativa politica quotidiana.

Mediocrità e pigrizia intellettuale, direttamente proporzionale all’ansia da tweet, all’ossessione compulsiva per il commento inutile e comprensibile soltanto agli addetti ai lavori.

Ma così si perde di vista il senso della politica e della storia, la consapevolezza che si è in campo, si milita, per difendere e affermare le ragioni della nostra parte, in un conflitto progressivo verso equilibri più avanzati e più giusti.

Questo è il punto di vista autonomo sul mondo che oggi manca alla parte prevalente e più visibile dei gruppi dirigenti della sinistra nel nostro Paese: la consapevolezza di un progetto, di una strategia dentro cui collocare anche la battaglia quotidiana, le iniziative, le dichiarazioni alla stampa, persino i tweet.

In questa autonomia dovrebbe invece vivere sempre la curiosità di porre domande alla nostra storia, alla nostra tradizione, alla nostra cultura politica. Mi pare che più ci impastiamo di mediocrità, più ci disconnettiamo dal sentimento dei settori popolari che dovremmo difendere, rappresentare e coinvolgere, e più mostriamo debolezza e reticenza rispetto alle nostre radici.

Abbiamo paura di nominarle. Nel Paese che ha visto nascere e crescere il più grande e forte partito comunista d’Occidente. Non propongo certo il comunismo come soluzione univoca ai problemi dell’Italia. Non avrebbe senso, non sarebbe comprensibile per spiegare la nostra idea per l’oggi e per il domani. Né penso che quella radice debba essere l’unica. Tutte le grandi tradizioni politiche democratiche del nostro Paese sono ricche di semi e fertili: dal personalismo cattolico-democratico alle diverse forme di socialismo liberale, fino all’azionismo.

Però quella radice esiste, va vissuta senza imbarazzo, va nominata. A questa altezza si colloca Antonio Gramsci: non come un feticcio, ma come l’arnese migliore di una cassetta degli attrezzi che va conosciuta, utilizzata, rinnovata se avremo le forze e le qualità per farlo.

Gramsci, a ottant’anni dalla morte, ci consegna un mare di spunti, di idee e persino alcune prescrizioni.

Provo a elencare quattro di queste suggestioni che a mio avviso sono utili nell’impresa di ricostruire un pensiero della sinistra adeguato ai tempi e un soggetto politico degno di questo pensiero.

La prima riguarda l’idea di partito. Alla fine del 1925 Gramsci scrive le tesi di quello che sarà – a Lione, nel gennaio dell’anno successivo – il III congresso del Pcd’I. E’ un passaggio fondamentale: il partito è in clandestinità, il fascismo si sta consolidando nella forma della dittatura dopo le leggi fascistissime. Quel congresso segna una svolta e la fine dell’egemonia sul partito di Amedeo Bordiga. Le tesi sono un atto di accusa raffinatissimo e spietato del settarismo.

Ciò che serve è un partito interno e non esterno alla classe, strutturato nei luoghi di lavoro e della produzione, non in comitati d’avanguardia sconnessi dalla vita quotidiana delle masse. Ciò che serve è un partito in cui l’elaborazione politico-intellettuale sale dal basso verso l’alto e la responsabilità della direzione viene condivisa. Non un nucleo inossidabile di rivoluzionari talmente convinti della propria infallibilità da guardare con diffidenza – come Bordiga, nelle tesi di Roma del II congresso del PCd’I – persino all’impegno nelle vertenze dei lavoratori.

Del resto, è l’idea che Gramsci sviluppa già nella stagione dell’Ordine Nuovo, quella dei Consigli, dell’autogoverno, dell’autonomia dei produttori, connettendo l’urgenza di una rivoluzione progressiva del sistema economico a partire dal protagonismo dei lavoratori dentro il processo produttivo con la necessità di radicare un partito di uomini e donne consapevoli, liberi, capaci di pensare e dunque di dirigere collettivamente.

La seconda è a questa strettamente legata. Un partito di questa natura, in cui si annulla (si tende ad annullare) la distanza tra dirigenti e diretti, in cui – per usare le sue stesse parole – “ogni membro del partito è un elemento politico attivo, è un dirigente”; un partito che può e vuole fare a meno del capo carismatico cui affidare fortune e attese, nel quale le masse non sono considerate masse di manovra (“esercito” passivo) perché sono soggetto protagonista e cosciente, è così non per una scelta morale o arbitraria. E’ così, vive della mobilitazione e del protagonismo cosciente dei suoi militanti, perché sa interpretare il contesto nel quale agisce. Sa che economicamente, socialmente, culturalmente, storicamente la politica democratica ha bisogno del protagonismo delle masse.

E’ un’idea che attraversa la storia dei comunisti italiani in mille forme, dalla democrazia progressiva di Eugenio Curiel sino a Pietro Ingrao. Ma in ogni frangente essa ha poggiato sulla disamina precisissima e rigorosa della società italiana. Nel caso di Gramsci, in quelle tesi di Lione, c’è il cuore della questione politica: il compromesso tra agrari e industriali, che è all’origine della questione meridionale, cioè dell’arresto dello sviluppo economico di intere regioni del Paese,  del deficit del bilancio economico e di un rapporto coloniale con il Sud che fa dei lavoratori meridionali una forza potenzialmente sovversiva dello Stato nazionale (“forza continuamente mobilitata contro lo Stato”). Da qui il ruolo della classe operaia che svolge “una funzione unificatrice e coordinatrice di tutta la società, il cui programma è unitario” nella costruzione di alleanze sociali più larghe. E da qui, ancora, il giudizio sul fascismo, che ha unificato le forze reazionarie non più attraverso un compromesso ma in una unità organica, in un unico organismo politico, accentrando e monopolizzando nel partito fascista, nel governo e nello Stato le funzioni di controllo e direzione.

Si chiede Gramsci: cosa fece il Pcd’I per frenare l’avanzata del fascismo? La sua risposta è precisa: non tutto quello che avrebbe dovuto. Non capendo fino in fondo il pericolo, la pervasività antidemocratica del fascismo, non cogliendo – di esso – la capacità di sfondamento a livello sociale e popolare e non riuscendo, di conseguenza, ad opporsi alla sua ascesa al potere incuneandosi (come avrebbe dovuto fare con gli arditi del popolo) nelle pieghe del suo consenso popolare.

Quindi l’analisi, storica e sociale, sempre. Che impedisce errori tattici e favorisce la connessione sentimentale con le classi popolari. Perché non c’è partito in grado di svolgere una funzione rivoluzionaria se non aderisce plasticamente al “territorio”, alla struttura produttiva, alla complessità delle sue articolazioni intermedie e se – sulla base di questa analisi – non si fa carico di una funzione generale.

In questo Gramsci c’è ovviamente – a partire dal ruolo della classe operaia industriale – molto marxismo puro: l’idea di un punto di vista di parte muovendo dal quale si possono leggere le dinamiche sociali per individuare non un interesse parziale ma un interesse generale dentro la costruzione di un blocco storico alternativo. Così come, a partire da qui, ci sarà molto Gramsci in Togliatti, nella idea di costruire un partito nuovo, di massa, in dialogo con le forze storiche della società italiana (a partire dalle masse cattoliche) e con le forze innovative (a partire dai ceti medi) sulla strada della via italiana al socialismo.

La terza suggestione è ancora un passo più in là, dentro questo stesso milieu. Un partito così, non settario, che lavora dentro la società e la storia italiana per abolire la distanza tra dirigenti e diretti dentro di sé e al di fuori di sé, quale idea di rivoluzione può propugnare? Non certo la conquista del palazzo di Inverno, non certo l’ora x della presa militare del comando. Ma una rivoluzione molecolare, come processo permanente e progressivo di accumulazione di forze, di massa critica, di idee, di consenso. E’ il tema della rivoluzione nell’Occidente, patria di una società civile articolata e complessa, luogo di elaborazione di un apparato ideologico formidabile, raffinatissimo. Che va smontato, decostruito, ricostruito, conquistato pezzo per pezzo. Sostituendo, attraverso l’esercizio dell’egemonia, al dominio e alla forza il consenso e la capacità di direzione ideale e morale della società. Così si fanno proprie le casematte, così ci si incammina nella direzione di cambiare il segno al potere, alle strutture, alle sovrastrutture, al rapporto tra esse.

L’ultimo spunto, infine. E’ il cuore di quel Quaderno 22 dedicato all’americanismo e al fordismo. A me pare contenga elementi profetici. Analizza agli albori lo sviluppo capitalistico statunitense, la razionalizzazione dei processi produttivi, Ford e Taylor, tanto sul piano economico e sociale quanto sul piano culturale, persino antropologico. Inizia l’era dell’operaio deprofessionalizzato e alienato, non più padrone della propria prestazione, non più consapevole del prodotto del proprio lavoro, non più artigiano, non più creativo, non più specializzato. Ben oltre i primi processi di industrializzazione che Marx aveva studiato, cogliendone il senso e, in prospettiva, il valore genetico.

Comincia il Novecento e Gramsci ne intuisce il cuore: non si tratta di essere contrari alla tecnologia, al lavoro ordinato razionalmente. Non bisogna essere luddisti, reazionari, anti-moderni. Si tratta invece di difendere la dimensione dello “umanesimo del lavoro” dentro una fase più alta di sviluppo produttivo. Si tratta di impedire che questo sviluppo produca “gorilla ammaestrati” ridotti a numero e a merce, privi di coscienza, di pensiero, di strumenti contro-egemonici. Perché è evidente che si tratti – nel caso dell’americanismo – di una vera e propria “rivoluzione passiva” (imposta dall’alto verso il basso, con la complicità passiva dei subalterni) del capitale volta a conquistare corpo e anima della classe operaia: mani e fatica, testa e intelletto.

Come si reagisce, quindi, alla rivoluzione passiva che annulla l’uomo, la persona, la capacità di esprimere coscienza di sé e valore sociale? Soltanto ponendo l’obiettivo di una nuova antropologia alternativa al “tipo umano” indotto dalla rivoluzione passiva americanista. Siamo ancora a questo punto, alla fine del ciclo lunghissimo del fordismo e in questa nuova transizione segnata dalla seconda rivoluzione passiva del capitale nel Novecento (quella principiata alla fine degli anni Settanta, con la frammentazione del processo produttivo, la finanziarizzazione spinta dell’economia e la fine del ciclo lungo delle lotte operaie del trentennio glorioso) e – ora – dalla più grande crisi economica dell’ultimo secolo che apre a scenari nuovi. Scenari nei quali, proprio sul terreno antropologico e sul terreno del “nesso psico-fisico” (per dirla ancora con Gramsci) i caratteri di spersonalizzazione, alienazione, solitudine e frantumazione sono esplosi a livello parossistico costringendo le classi subalterne (estese in nuove e inedite articolazioni sociali e simboliche) a una vera e propria lotta per la sopravvivenza contro il dominio della tecnica e della finanza.

Un nuovo umanesimo sociale, una nuova antropologia in grado di federare le fragilità, di riscattare in forma collettiva la solitudine e la disperazione trasformando in forza la debolezza: solo da qui è possibile ripartire.

Ed è ancora Antonio Gramsci a farci intravedere la prospettiva. Con dolcezza. In una lettera del 1928 indirizzata a Giulia, in cui Gramsci ricorda un operaio che diversi anni prima, dopo l’uscita dal lavoro, passava ogni sera nel suo ufficio. Spesso gli diceva: “Non ho potuto dormire, oppresso dal pensiero: cosa farà il Giappone?”. Era ossessionato dal Giappone, di cui – continua Gramsci – “nei giornali italiani si parla solo quando muore il Mikado o un terremoto uccide almeno 10.000 persone”. Anche il Giappone di Gramsci, la sua ossessione, era il mondo, “il quadro sistematico delle forze del mondo”. La capacità di guardare oltre, di guardare lontano, potremmo dire. Ma allo stesso tempo Gramsci coltivava una seconda ossessione: la vita reale e quotidiana dei suoi figli, che ovviamente la reclusione in carcere gli impediva di vedere crescere.

Ma non soltanto quella dei suoi figli. Anche quella di chiunque altro, nell’insieme. Perché tutto si teneva, tutto si doveva tenere: “i libri e le riviste danno solo idee generali […] ma non possono dare l’impressione immediata, diretta, viva, della vita di Pietro, di Paolo, di Giovanni, di singole persone reali, senza capire i quali non si può neanche capire ciò che è universalizzato e generalizzato”.

Ecco: il Giappone, il quadro sistemico delle forze del mondo e la vita reale di Giulia, di Pietro, di Paolo, di Giovanni. Abbiamo bisogno di un partito così, all’intersezione tra il Giappone e la vita reale. E di un gruppo dirigente a proprio agio a queste latitudini.

Antonio Gramsci è così. Necessario e inattuale, proprio perché lontano dalla politica di oggi, abbandonato dalla sinistra italiana anche quando lo ricorda e lo commemora. Questa è la riflessione che Gramsci ci ha consegnato, dentro una storia che continua. Spetta un po’ anche a noi non interromperla, rinnovarla in questo mondo “grande e terribile” in cui siamo chiamati a camminare.

[Si tratta di alcune note scritte per una iniziativa su Gramsci organizzata presso il Centro Anziani di Torrespaccata a Roma con Antonio Bassolino, Giulia Urso e Giuseppe Manna lo scorso 26 settembre]