Ho vissuto a Imola per un tempo breve ma intenso. Per mille ragioni porto quella città nel cuore. Abitavo a pochi passi dal portone in cui abitava Renato Zangheri. Spesso, uscendo di casa, passavo di fianco a quel portone e al citofono che recava la scritta del suo cognome. E guardavo in alto, in direzione di quella che presumevo fosse la finestra della sua abitazione. Ho pensato tante volte di essere fortunato anche soltanto a potere incrociare l’aria con un gigante come lui.

Ho rispetto quasi sacrale per la grande storia che abbiamo alle spalle, anche perché porto con me il senso di colpa di non essere all’altezza, che la mia generazione non sia all’altezza. Mi assolvo pensando che purtroppo viviamo in tempi che ci hanno consentito sin qui di guardare al massimo dal buco della serratura della storia.

Ieri al King’s College di Londra ho partecipato insieme a Giuliano Pisapia alla presentazione del docufilm “Il Sindaco Professore” di Mauro Bartoli e Lorenzo K. Stanzani, organizzata dall’associazione La Giovane Italia: compagni meravigliosi e tenaci, insieme ai quali percorreremo una lunga strada. Mi permetto alcune brevi riflessioni.

Renato Zangheri ha attraversato e segnato un’epoca. Diventa consigliere comunale nel 1956, anno di svolta per il movimento comunista internazionale e per il Pci. L’anno dei carri armati in Ungheria e del Manifesto dei 101, firmato da intellettuali come Sapegno, Colletti, De Felice. Giolitti contribuisce a redigerlo ma non lo firma, perché il suo ruolo di deputato non glielo permetteva (a proposito dello stile, di un senso rigoroso della disciplina e dell’appartenenza che oggi ci meraviglia o, persino, indispone).

È sindaco nel 1974, l’anno della strage dell’Italicus; nel 1977, quando Francesco Lorusso viene ucciso durante gli scontri con la polizia; ed è sindaco nel 1980, quando la bomba alla stazione colpisce al cuore Bologna.

Attraversa cioè i decenni cruciali del Novecento. Accompagna Bologna e l’Emilia-Romagna dal dopoguerra al boom economico, dagli anni Sessanta – quando si afferma un modello di socialismo (welfare più partecipazione, potremmo dire) studiato in tutto il mondo – alla stagione dell’eversione e del terrorismo.

Bologna viene colpita più volte perché è il simbolo della sinistra che governa, che difende e rappresenta i lavoratori ma non disdegna il benessere, che è cólta ma si sa divertire. Zangheri parla sempre alla città, a tutti i suoi settori, al popolo e ai suoi corpi intermedi, ai commercianti, agli intellettuali, ai proletari delle industrie e ai contadini che emigrano dalle periferie al centro e dalla provincia in città.

Il Sindaco affronta il terrorismo con quel modello, senza retrocedere.L’immagine di Zangheri e Pertini uno a fianco dell’altro in piazza Maggiore dopo il 2 agosto è un’immagine struggente ed evocativa: due uomini di Stato, due dirigenti della Sinistra italiana per i quali le istituzioni erano parte essenziale della lotta politica, strumento per dare concretezza ai valori della solidarietà e della partecipazione civile. Zangheri risponde al terrorismo con la partecipazione, con l’apertura, con il dialogo, chiamando fisicamente in piazza e alla piazza il popolo, i cittadini.

Certo, non capì fino in fondo il movimento del ’77. Lo riconobbe egli stesso, anni dopo, lucidamente. Ma capì da subito la differenza tra la violenza, da cui pure il movimento del ’77 era attraversato, e la domanda di nuova politica, di nuove forme di partecipazione e di conflitto che il movimento, e complessivamente una nuova generazione di studenti, di lavoratori precari e di esclusi, poneva al Paese, alle istituzioni e alla politica.

Dopo la repressione e i carri armati (responsabilità di Cossiga, non del Sindaco) Zangheri aprì, provò a includere. Dall’invito a Carmelo Bene per la storica lectio dantis dalla Torre degli Asinelli ai Clash in piazza Maggiore, fino all’apertura del Cassero, perché Bologna doveva essere di tutti.

Fu in grado di farlo perché aveva del grande politico l’autorevolezza e lo stile.Fece parte di quella generazione di intellettuali politici e di politici intellettuali che inverarono il progetto di Antonio Gramsci, che diedero gambe al partito nuovo di Togliatti. In una intervista di qualche anno fa la moglie, Claudia Dall’Osso, ha ricordato una lettera che nel 1948 l’allora rettore dell’Università di Bologna inviò al giovane Zangheri, tributandogli parole commoventi: “Ella ha il senso religioso della cultura”.

Senso religioso della cultura. Perché la cultura è il contenuto e la politica il volano per migliorare la vita degli uomini e applicare lo spirito della Costituzione. Da qui i valori della solidarietà, “dell’aiutarsi mentre si è in vita”. Marx descriveva il socialismo come strumento per fare fiorire l’umanità dell’uomo, compiere e completare un progetto di umanità. Lo sapeva bene Galvano Della Volpe, imolese anch’egli. Zangheri la pensava così, ricordando Andrea Costa, terzo imolese: “noi vogliamo l’umanamento dell’uomo”, vogliamo consentire all’umanità di fiorire, di sbocciare. Questo è ancora oggi l’obiettivo.

Ci serve come l’ossigeno la grande cultura politica di coloro che, come Zangheri, resero grande, aperta e solidale, l’Emilia Romagna.

Unendo un pragmatismo ammirevole, possibile soltanto traendo spunto dalla laboriosità contadina e dalla concretezza dei proletari, con una grande capacità di visione intellettuale, di chi la storia del socialismo l’ha fatta e l’ha scritta, proprio come Zangheri.

Il trasporto pubblico potenziato, i servizi sociali, dagli asili ai consultori, dalle scuole materne ai poliambulatori al servizio del benessere collettivo, il decentramento amministrativo, la grande stagione della cultura, dei musei, della musica e dell’arte: questo è stato Zangheri senza mai piegarsi alla semplice gestione del quotidiano, e mantenendo sempre lo sguardo sull’orizzonte di una società libera e trasformata. L’ha realizzata, Zangheri, quell’idea di sinistra riformatrice e di governo, che oggi manca e che vogliamo riproporre.

Non è un caso, infine, che questa autorevolezza avesse uno stile. Chiunque l’ha conosciuto ricorda la sua gentilezza, la sua pacatezza, la sua sobrietà, così distante dall’arroganza compulsiva dei leader odierni, del cacofonico sforzo muscolare cui ci hanno abituati.

Ma perché – diciamo – c’è bisogno di tutto questo? Di una nuova sinistra riformatrice con grandi valori, con i piedi dentro la storia della democrazia e lo sguardo verso il futuro, la modernità, un orizzonte di civilizzazione e di innovazione?

Perché siamo chiamati a vivere quest’epoca drammatica e a non soccombervi. Di un neoeletto presidente statunitense che mette in conto una guerra contro la Cina, che mette in discussione l’aborto e costruisce un muro al confine con il Messico mentre gran parte della stampa nazionale discute se e come tutelare il diritto alla tortura. È l’epoca di movimenti e governi europei di stampo reazionario e populista, che puntano senza nasconderlo a fare saltare il processo europeo. Ma il nazionalismo – ci insegnano gli anni Trenta – porta guerre e regimi autoritari, sempre.

Sono i tempi in cui Marine Le Pen vieta il doppio passaporto franco-israeliano e consiglia alla comunità ebraica francese di non indossare la kippah. Siamo al punto in cui la civiltà europea rischia di saltare.

In Italia un’inchiesta di Diamanti ci racconta che otto italiani su dieci vorrebbero il ritorno dell’uomo forte. Da una parte queste pulsioni reazionarie e populistiche, con il rischio di un’ulteriore svolta a destra.

E dall’altra le politiche di austerità che hanno fatto della povertà il titolo del nostro tempo, delle diseguaglianze lo scandalo – proprio come diceva Bobbio – della nostra epoca e del lavoro il luogo del ricatto e dello sfruttamento.

Converrebbe rileggere Crisi e terza via di Ingrao. Era il 1978 e Ingrao metteva a fuoco la centralità della crisi, il fenomeno della disoccupazione di massa e giovanile, l’inizio della crisi strutturale del welfare. E dentro quella crisi la crisi di egemonia, in cui potenzialità e pericoli si incrociano. Perché non vi è mai – rifletteva Ingrao – un nesso lineare tra crisi, movimento delle masse e soluzione politica. La crisi segnala le contraddizioni in essere e quelle in potenza, ma non determina meccanicamente alcuno sbocco.

Lo sbocco dobbiamo inventarcelo noi. Oggi l’unico spazio possibile per un’alternativa è nel dialogo tra le parti avanzate del socialismo europeo e le sinistre. Ieri non era possibile, oggi lo è. Dentro la pancia del socialismo europeo si è chiusa una storia. Con la grande alleanza in Germania, Blair, Hollande, il Pasok, Renzi. Questo è l’epilogo lungo e triste della subalternità e della terza via. Ora se ne può aprire un’altra: con la svolta a sinistra della socialdemocrazia tedesca, con Corbyn, Hamon, Antonio Costa in Portogallo, la Grecia di Tsipras.

Renzi in Francia voterebbe Macron. Noi lavoreremmo per unire Hamon e la sinistra di cultura comunista e riformatrice che è fuori dal Partito socialista.

A questa altezza dobbiamo misurarci anche in Italia. Non nel rasoterra del chiacchiericcio parlamentare. Per questo l’esperienza, la cifra politica e umana di Renato Zangheri contiene una lezione che vogliamo tornare ad ascoltare.