Cambiamo noi stessi per entrare in sintonia con il cambiamento. Uniamo le lotte e costruiamo, a partire da Genova 2011, un nuovo Patto di Lavoro.

Che il Paese stia cambiando è fuori discussione. Con le elezioni amministrative, i ballottaggi e, ancora di più, la vittoria dei referendum ci siamo rimessi in cammino. Dopo due anni di lotte dure, da Pomigliano a Mirafiori, dalle mobilitazioni degli studenti al protagonismo delle donne, fino allo sciopero generale, il movimento ha seminato e il cambiamento ha iniziato a piantare le sue radici. In queste ore chi resiste contro la Tav lo sta facendo con il consenso di un popolo vasto, che reclama dignità, diritti e tutela dell’ambiente. L’epoca berlusconiana sta finendo e, dal suo seno e dalle acutissime contraddizioni che ha prodotto, ne sta nascendo una nuova.

Ma è proprio questa la fase in cui dobbiamo avere ben chiaro il rischio che corriamo, e che per paradosso – in un contesto così espansivo – potrebbe condannarci alla marginalità definitiva. Il rischio è che, nell’opinione diffusa di questo popolo della sinistra che cresce e torna ad esprimere, vincendo, soggettività e protagonismo, si consolidi un immaginario da cui la nostra identità e ciò che rappresentiamo siano espunti o comunque largamente minoritari. Questo avverrebbe se il nostro partito non riuscisse ad entrare in connessione reale con questo cambiamento, con le sue istanze e i suoi linguaggi.

Avverto tutta la nostra inadeguatezza, la pesantezza delle nostre liturgie, l’astrattezza dei nostri ragionamenti, la distanza tra il modello di partecipazione politica che noi proponiamo (un modello che spesso passivizza il corpo del partito, imbriglia la dialettica nella contrapposizione statica tra posizioni preconcette, e così facendo allontana le energie più pure, in primo luogo i giovani) e la pratica dei movimenti e dei comitati che hanno preso la parola in questi mesi.

Allora questa inadeguatezza, e l’impegno per rimuoverla, deve diventare il nostro assillo.

A questo fine vanno orientati la nostra linea politica e l’obiettivo della costruzione della sinistra d’alternativa. Guai a noi se l’obiettivo dell’unità della sinistra fosse sconnesso da questa urgenza di auto-riforma e di innovazione e si collocasse, al contrario, sul terreno politicista del rapporto tra le forze partitiche.

L’unità della sinistra deve diventare, al contrario, lo strumento con cui dare voce e allo stesso tempo continuità e stabilità al cambiamento che è in corso nel Paese.

In queste settimane sono in corso le iniziative del decennale del contro-vertice di Genova. Dieci anni fa il partito e i Giovani Comunisti impararono a confrontarsi su di un piano di parità con le altre forme della politica, con i molteplici soggetti che diedero vita al movimento altermondialista. Nel corso degli anni, anche per precise responsabilità di Rifondazione Comunista, abbiamo dilapidato quel patrimonio e quell’esperienza.

Tornare oggi a Genova può rappresentare l’occasione per riflettere sugli errori commessi (per evitare di ripeterli) e ragionare sull’urgenza dell’unità.

La proposta che avanziamo è scrivere – tutti insieme – un nuovo Patto di lavoro. Dieci anni fa il Patto di lavoro si trasformò nel Genoa Social Forum. Oggi la situazione è molto diversa, al punto che non possiamo predeterminare esiti e scenari, ma il senso di quell’operazione è di straordinaria attualità. Esiste una sinistra politica divisa, una sinistra sociale e sindacale altrettanto frastagliata (con al suo centro la Cgil, che andrebbe coinvolta con tutto il suo peso e la sua autorevolezza e non consegnata al moderatismo del Partito democratico), una rete altermondialista indebolita ma non rassegnata (e che da Genova può riprendere fiato). Esiste poi il mondo dei comitati referendari, che va connesso al più presto con le altre forze in campo. Infine, c’è una generazione di ragazze e ragazzi che, in tutte queste forme, ha ripreso la parola e che ogni giorno, in maniera diretta, moltiplica gli spazi di democrazia e di partecipazione.

La sfida è ricostruire un senso comune e uno spazio unitario della sinistra che, collettivamente, possa elaborare al più presto una proposta programmatica organica e coerente per uscire dalla crisi e costruire passo dopo passo una società più giusta, più libera e più democratica.

Come hanno dimostrato i referendum, lo spazio per entrare in sintonia con il sentimento maggioritario del nostro popolo c’è ed è grande. E muove proprio dalle proposte e dai contenuti sui quali, al contrario, il Partito democratico entra clamorosamente in contraddizione con se stesso (i casi del nucleare e della liberalizzazione dell’acqua pubblica sono soltanto i più recenti).

La sfida è costruire, a partire dal Patto di lavoro, una nuova alleanza tra le forze politiche e sociali dell’alternativa. Che raccolga il vento del cambiamento e lo trasformi in terra e concime per il nostro futuro.