Quello che ho detto a Porte Aperte

Posso dirvi la verità? La verità è che serviva che qualcuno trovasse il coraggio di dire che avanti così non andiamo lontano. Noi oggi il coraggio lo abbiamo trovato. E siamo qui, in tanti, in una piazza bellissima e in un pomeriggio che ricorderemo a lungo.

Noi così non andiamo lontano perché la sinistra in questo Paese sembra non esserci più, è stata marginalizzata nella politica perché è stata espulsa dalla vita reale. Ci siamo ritirati, abbiamo abbandonato il campo. Siamo guardati con diffidenza perché guardiamo con diffidenza il mondo intorno a noi, senza capirci molto. O con le lenti sbagliate o nella direzione sbagliata, dividendoci tra quelli che ripropongono le stesse ricette di cinquant’anni fa e quelli che per la fretta di dimostrarsi veloci e innovativi si riempiono la bocca di concetti astratti, vagheggiando di mondi fluidi che non sono mai esistiti.

E nel mezzo il paese reale rimane schiacciato. Muore di fatica a due euro all’ora nei campi dei caporali del Sud e anche nel Nord Italia. Muore schiacciato dai carrelli dentro l’Ilva di Taranto. Muore schiacciato dal tir che forza il picchetto a Piacenza, ricordandoci cos’è oggi, nel 2016, la lotta di classe. Un Paese che arranca, soffre, è senza contratto, senza tutele, senza diritti, senza pensione, senza alcuna prospettiva che non sia quella di chinare la testa e pregare Dio di essere il penultimo e non più l’ultimo in una guerra tra poveri che, come sempre, vincono i ricchi.

Allora il nostro compito è uno solo: altro che posizionamenti, correnti, congressi! È riorganizzare questo popolo schiacciato, riunificarlo, coinvolgerlo in un grande progetto di cambiamento, trasformare la nostra fragilità in una forza.

Però servono le parole giuste, di nuovo senza cadere nella dicotomia tra reduci e liquidatori. Innanzitutto il diritto al lavoro e quindi un piano per il lavoro, di cui sia garante lo Stato. Non un lavoro purchessia ma un lavoro di qualità. Ingegneri, muratori, idraulici, architetti, elettricisti, impiegati, geologi per convertire ecologicamente l’economia e rimettere in sicurezza il Paese e il suo patrimonio edilizio pubblico, per esempio e subito, per non piangere al prossimo terremoto altri morti.

Un salario minimo orario, per stabilire il minimo a partire dal quale inizia la contrattazione nazionale e quella aziendale. Riduzione dell’orario di lavoro, per redistribuire il lavoro che non c’è. Reddito minimo garantito, non come elemosina pubblica ma come sostegno alla dignità, come antidoto al ricatto in un mercato che ci costringe ad accettare tutto.

Ma la domanda – e concludo – è sempre la stessa: chi le fa tutte queste cose? Qual è il soggetto? Vorrei pronunciare qui una parola impronunciabile: partito. Abbiamo bisogno di un partito della sinistra, nuovo, grande, radicato, curioso.

Badate compagni: nuovo vuol dire nuovo. E vuol dire anche con un nuovo gruppo dirigente. Ai compagni e alle compagne che hanno diretto sin qui diciamo grazie per le pagine belle e grazie anche per gli errori, perché almeno hanno avuto il coraggio di provare. Grazie, ma ora tocca a noi.

Un partito grande, che vuol dire plurale, aperto, incompatibile con il minoritarismo, il settarismo, con chi confonde l’autonomia con l’elogio della solitudine e dell’autosufficienza. Vi do una notizia: per quanto mi riguarda non sono disposto a militare in un piccolo partito la cui ossessione fosse ancora una volta lo sbarramento elettorale del 3%. Non ci serve l’unione di piccoli frammenti, ma una storia nuova.

Un partito radicato, abitato da donne e uomini, con luoghi fisici, che guarda negli occhi le persone mentre le prende per mano. Che non esaurisce la politica in un click, in un like, in un tweet, in una piattaforma digitale che raccoglie a malapena i già convinti. Infine, ci serve un partito gentile, che parli alla testa e al cuore. Un partito curioso, che cerca le domande giuste prima di dare le risposte. Che non istituisce tribunali di partito, che non divide il mondo tra puri e impuri, che non mette alla porta nessuno ma al contrario le porte le apre, costruisce ponti e abbatte muri. Che non mette alla porta nessuna, men che meno un compagno come Giuliano Pisapia. Caro Giuliano, voglio dirti che questa è casa tua e la nostra casa la renderemo bella insieme!

Costruiamo ponti e abbattiamo muri, dicevo. Del resto, dopo il referendum cambieranno molte cose. Questo è il nostro ruolo. Noi siamo i pontieri. Ma non tra Sinistra italiana e pezzi di altre organizzazioni, pezzi di ceto politico. Tra noi, ciò che abbiamo organizzato, e il mondo reale.

Quel pezzo di popolo democratico e progressista che voterà no difendendo la Costituzione al referendum ha il diritto di essere reso protagonista di una sfida grande, bella, ambiziosa che vale già nei prossimi mesi e per i prossimi dieci anni. Battere il renzismo, img_3563governare l’Italia e cambiare per davvero. Cambiare tutto. È un diritto per la nostra gente ed è un dovere per tutti noi, verso il quale orientare il nostro impegno, il nostro coraggio e la nostra umiltà, come avrebbe detto Simone Weil, verso cui orientare la nostra vita.

Podemos o Syriza? Calenzano!

Cos’è un partito? Soprattutto: che tipo di partito vogliamo costruire?

Sono domande vitali, alle quali siamo obbligati a rispondere se vogliamo coltivare la speranza di costruire, in Italia, un soggetto politico credibile, autorevole, con la massa critica sufficiente per ambire alle sfide che solitamente nominiamo.

Liberiamo il campo da un equivoco. Porre l’accento sul partito, sulla forma e sul contenuto, non significa avere il torcicollo, guardare al passato, a modelli esauriti e anacronistici. Non significa pensare di riproporre nel presente il modello del partito degli anni Cinquanta e Sessanta. Nel frattempo, il Paese è cambiato. È oggi molto più complesso e articolato di allora, infinitamente più frammentato e disarticolato, molto meno omogeneo e soprattutto molto meno capace di definirsi intorno a luoghi fisici e simbolici di massa. La grande fabbrica fordista non è il paradigma produttivo di questi tempi. Non può essere il partito che abbiamo conosciuto nel secondo dopoguerra la nostra proposta politica e organizzativa.

Però c’è un punto. Il punto è che la politica non si organizza approfondendo questa frammentazione o il carattere liquido della società, spezzando ulteriormente i legami, accettando passivamente la dimensione virtuale e digitale come unico aggregatore possibile. E neppure accettando il fatto che attraverso la dimensione digitale il voto d’opinione, l’espressione volatile di un pensiero banalizzato si sostituisca alla coscienza della propria identità e della propria appartenenza.

Altrimenti la politica perde il suo significato, il suo valore autonomo e soggettivo. Si trasforma semplicemente in un ulteriore strumento di adesione alla corrente e al pensiero dominante. Ne esistono già troppi, non ne abbiamo bisogno. Invece la politica è tale se è trasformativa, se cambia, se agisce in contro-tendenza. Lo è sicuramente per noi: questo e non un altro è il senso della Sinistra.

Qui si colloca il nostro obiettivo. Dotarsi di un partito strutturato, che aderisce alle pieghe del territorio, per come è oggi, che conosce il mondo del lavoro e il tessuto associativo, che frequenta i luoghi del disagio, della sofferenza, dell’esclusione ma anche i luoghi dell’aggregazione creativa, della cultura e del tempo libero.

Un partito che prende atto della frammentazione sociale non per accettarla e per manifestare, a partire da essa, la retorica neo-liberale del partito leggero, dei club, del movimento d’opinione. Una retorica che in questi anni è penetrata perversamente a sinistra ed è essa stessa tra le cause del disancoraggio dei nostri valori dalla società e dai settori popolari; e che ha disarmato in senso politico e culturale la nostra gente, persino la nostra identità, il nostro discorso pubblico.

Al contrario: abbiamo bisogno di un partito che prenda atto della frammentazione sociale per proporsi come elemento riconnettivo, come collante di vecchi e nuovi segmenti sociali interessati a un progetto di alternativa.

Un partito popolare, sociale, territoriale, radicato. Con una testa capace di elaborare, in nome di una cultura politica solida, l’orizzonte, la tattica e la strategia. Quindi con un gruppo dirigente non costruito nell’accordo pattizio tra pezzi di gruppi precedenti, talvolta semplicemente esausti, che si lasci alle spalle le differenti provenienze e che lavori unito per una direzione comune. Con un cuore capace di intercettare consenso e curiosità, a partire dalla credibilità dei propri dirigenti, a tutti i livelli, con un progetto che metta fisicamente a disposizione le proprie sedi per pratiche di mutualismo e di solidarietà vere e reali. Con delle gambe, un’articolazione diffusa e capillare. Con uno stile, quello di Enrico Berlinguer, che rifletta la nostra concezione della politica: pulita, sobria, rigorosa, disinteressata, fatta nell’interesse esclusivo della nostra gente. E di conseguenza con i piedi ben piantati nella nostra storia, con l’orgoglio per quello che siamo stati, e lo sguardo rivolto al futuro.

Inevitabilmente, il nostro partito dovrà avere una cultura di governo. Non potrà essere la riproposizione stanca dell’ennesimo micro-partito della sinistra radicale, interessato alla sopravvivenza e alla testimonianza del proprio punto di contestazione del mondo. Di questo nessuno di noi sente il bisogno. Dovrà essere invece un grande partito con una grande ambizione: governare il Paese, cambiarlo in profondità.

Per questi motivi quello che ho visto a Calenzano qualche sera fa partecipando con Alfredo D’Attorre a una riuscitissima cena di autofinanziamento di Sinistra Italiana mi fa ben sperare. Oltre duecento coperti in un circolo Arci stracolmo di fiducia e di passione. Le compagne e i compagni hanno persino stampato magliette rosse con il simbolo di Sinistra Italiana e le prime tessere provvisorie. Lì mi sono sentito a casa. Per questo lavoro, lavorerò per fare sentire tanti di noi a casa nel nuovo partito della Sinistra italiana.

Sinistra politica e sinistra sociale: ricostruiamo un rapporto nelle scuole e nelle Università

In questi giorni di “Cosmopolitica” stiamo ricevendo decine e decine di contributi scritti, che si sommano agli interventi che si susseguono nei tavoli, nei laboratori, nelle plenarie.

È il segno di un bisogno – tenuto evidentemente chiuso per tanti mesi – di discutere, di confrontarsi, di partecipare attivamente a un processo di costruzione di un nuovo campo della sinistra italiana, finalmente all’altezza delle necessità che la fase ci impone.

Tra i tanti testi, ne scelgo uno, che potete trovare qui.

Perché è un testo pulito, che vale per quello che dice, non per quello che pretende tra le righe.

Dice che la Sinistra o riparte da una piattaforma di mobilitazione e rivendicazione intorno al tema del diritto allo studio e all’accesso all’istruzione oppure non riparte, non si mette in moto, non è.

Dice che l’Italia e il governo Renzi – e quindi questo Partito democratico – investono poco, pochissimo, in Università, ricerca e formazione. Che si accontentano di un sistema produttivo invecchiato, a scarso contenuto di conoscenza e di innovazione.

Dice che le borse di studio vengono assegnate male ed erogate ancora peggio.

Che gli Atenei che impongono il numero chiuso sono sempre di più e che il tasso di dispersione scolastica aumenta.

Nel frattempo, la Sinistra parla di altro: chiacchiera di una nuova società della conoscenza e dell’immateriale mentre il diritto allo studio – la possibilità concreta di accedere agli studi, di comprare i libri, di pagare i trasporti, di pagare le rette – viene negato a strati sempre più ampi di popolazione.

Ecco, noi vorremmo essere la Sinistra che torna a fare le cose semplici. Ad avere un rapporto chiaro e preciso con i sindacati studenteschi.

Noi ricostruiamo il partito, ovunque. E sappiamo che abbiamo amici, compagni, alleati, compagni di viaggio in tutta Italia. Nel riconoscerlo siamo già un po’ più forti.

Umiltà e coraggio: verso il nuovo partito

Di seguito il mio intervento all’Assemblea nazionale di Sel di ieri, che ha deciso all’unanimità di investire tutte le proprie risorse politiche e organizzative nella costruzione del nuovo partito della sinistra italiana. Sel quest’anno non avvierà la campagna di tesseramento: la nostra nuova casa è quella che costruiremo insieme. Mi permetto di rivendicare fino in fondo – a un anno di distanza da Human Factor – la correttezza della nostra intuizione. Sel era il fulcro del nuovo campo, Sel avrebbe fatto sul serio, portando fino in fondo la sua generosa disponibilità a superarsi. Qualcuno non ci credeva, ha imboccato altre strade o non ne ha imboccata alcuna e oggi, spero, si ricrederà. Il nuovo partito sarà di tutte e tutti.

 

Ventitré morti ieri sera, nell’ultimo attentato terroristico in Burkina Faso. Dopo Istanbul e Parigi. Fanno meno notizia, ma sono uomini e donne ammazzati.

E poi la guerra che sta cominciando tra Iran e Arabia Saudita. Lo scontro tra Russia e Turchia. Il conflitto macabro per l’egemonia nel jihadismo tra Isis e Al Qaeda. La resistenza delle combattenti curde, a Kobane e non solo.

La reazione dell’Occidente, scomposta, pericolosa. Con l’Europa che implode e la Francia socialista che sta organizzando l’apertura di un campo di prigionia sul modello di Guantanamo. Quella Guantanamo che è stata per tutti simbolo dell’abominio della tortura e della sospensione dello stato di diritto.

E poi la crisi. Dopo otto anni, a otto anni dallo scoppio della bolla dei subprime siamo alla vigilia di una seconda abnorme deflagrazione legata ai derivati.

Qui siamo, qui collochiamo la nostra iniziativa politica. Mentre commentiamo le dichiarazioni di questo o di quel commentatore della politica: la guerra, la crisi, il disordine e il nuovo ordine neo-liberale.

Allora facciamo un patto tra noi, anche in questa discussione. Il patto ha tre punti. Il primo è assumere fino in fondo la dimensione della complessità, contro ogni banalizzazione e semplificazione, che di questi tempi occupano invece appieno il perimetro della politica.

Il secondo è concepirci fino in fondo come strumento della politica contro un populismo che si sta affermando come grammatica unica del sistema istituzionale italiano. La politica nella sua profondità, non soltanto nelle sue manifestazioni contingenti. Qui – mi permetto di insistere – ha senso l’avvio di un dialogo vero con l’enciclica Laudato si’ sull’umano e il suo destino, sulla cura della nostra casa comune.

Infine, il patto prevede di concepirci come soggetto della democrazia contro il disegno eversivo e autoritario di controriforma costituzionale del governo Renzi. Facendo però una battaglia all’offensiva e non di retroguardia, trovando gli argomenti giusti per proporre in avanti la nostra idea di democrazia, riconnettendo politica e vita, proponendo di riconsegnare potere, anzi: di consegnare un potere nuovo, ai cittadini nelle loro vite quotidiane: sul posto di lavoro, nei luoghi di studio, nelle città, nei quartieri.

Per essere all’altezza di questa complessità serve un partito e serve dare gambe a un’organizzazione radicata, capillare, presente in ogni territorio, non soltanto in rete. Perché dobbiamo dare forza e organizzazione a un punto di vista sul mondo che analizza, elabora, vuole trasformare. E di conseguenza mette in campo un programma, un’idea di Paese, un orizzonte.

A noi e all’Italia non serve un partito per occupare uno spazio, per unire i cocci o i gruppi dirigenti di associazioni o micro-associazioni oggi divise. Non serve un partito per affermare un posizionamento elettorale nelle prossime amministrative.

Vorrei su questo punto essere molto chiaro: noi non fondiamo il nuovo soggetto della sinistra nelle elezioni amministrative perché la politica non può essere ridotta al suo momento istituzionale. La politica non può essere schiava della tattica elettorale. Attenzione: non commettiamo l’errore di sempre. Noi non ci possiamo definire per i metri di distanza che ci separano dal Pd o dal Movimento Cinque Stelle ma ci vogliamo definire per l’autonomia della nostra cultura politica, delle nostre iniziative e delle nostre pratiche sociali.

Se questo è vero, non possiamo utilizzare le amministrative per stabilire chi è dentro e chi è fuori, ma dobbiamo preservare e rafforzare la tenuta e l’unità di questa comunità politica, di questo partito, coinvolgendo, incontrando e convincendo tutte e tutti.

La sfida che abbiamo di fronte è troppo importante per poterci permettere di sbagliare, di essere superficiali, di lasciare indietro qualcuno.

Il vento in Europa sta cambiando, dalla Grecia al Portogallo alla Spagna, ci auguriamo. Noi abbiamo l’obbligo di metterci alla pari. Alla pari con una storia di cui possiamo tornare a essere protagonisti.

Concludo. In queste settimane sto girando l’Italia da nord a sud e dico che sto imparando moltissimo dalle compagne e dai compagni che incontro. Imparo molte cose, ricavo molti insegnamenti. Innanzitutto che servono in ogni impresa politica due qualità. La prima è l’umiltà. L’umiltà di ascoltare tutti, di trovare sempre nel ragionamento dell’altro una verità interna, qualcosa da imparare e conservare. E poi il coraggio: il coraggio di decidere dopo avere discusso, il coraggio di cambiare, di voltare pagina. È quello che auguro a tutti noi: di confrontarci, di discutere e poi di avere la forza di un nuovo inizio, perché la strada che abbiamo intrapreso è irreversibile. Percorriamola tutte e tutti insieme, con umiltà e coraggio.

Ombre e viaggi interiori tra le pagine di Daniela Frascati

Daniela Frascati si è ripetuta. Dopo Nuda Vita, un romanzo struggente, di rara purezza stilistica e di fortissima tensione narrativa, ha pubblicato per Scrittura & Scritture La passeggera. E – se era possibile – si è superata. La prosa è poesia delicatissima, musica che trascina il lettore in un vortice ipnotico. Soltanto questo meriterebbe una recensione, per rendere omaggio al trionfo delle figure retoriche, di significato e di suono.

In secondo luogo i personaggi, che Frascati tratteggia dando sfogo a intrecci potentissimi tra verosimiglianza e irrealtà. C’è il capitano della nave Ippolito Zocalo, altezzoso e dispotico. Ferrer, il medico di bordo saggio e affidabile. Marie Verdier e Acone, accomunati da un presente distinto e insospettabile e un passato torbido e inconfessabile. E poi lei, Aquilina, l’epicentro delle avventure e delle sciagure che trasformano la traversata transoceanica del piroscafo Paradiso in un Inferno.

Ogni figura cela diversi livelli di verità, confonde il giudizio del lettore, attrae e respinge, accompagnandoci in una vera e propria traversata interiore, dal lecito al proibito, dal degno allo scabroso, dal reale all’irreale. Una descensus ad inferos dannata ma anche salvifica e redimente.

La contestualizzazione storica – siamo nell’estate del 1914 e il primo conflitto mondiale scoppia quando la nave è già salpata – ha lo scopo di approfondire il senso del tragico, dando valore parossistico all’incalzare rapidissimo delle avversità. Così anche la sottolineatura vivida degli steccati che dividono a bordo della nave le classi pericolose (i disperati in cerca di fortuna nel nuovo mondo, a noi così familiari) dai borghesi e dai ricchi, avvolti in un lusso senza pudore.

In realtà, il cuore del romanzo è metastorico e pone il lettore di fronte alla complessità e al mistero della natura umana. Aquilina è il primo strumento di questa riflessione, giacché a lei l’autrice affida il potere di scatenare connessioni infra-temporali e di mettere in scena relazioni dannate tra la dimensione della realtà e della storia e quella del sogno, del ricordo e della premonizione. Lo può fare in ragione del fatto che la sua propria essenza è torbida, perturbante e agisce come gancio infernale che afferra e mette in moto fobie, paure psicologiche e paure sociali accovacciate silenti dentro le nostre ombre.

Questa è la parola chiave che spiega il romanzo e a cui l’autrice ricorre, consapevole del suo valore allusivo e paradigmatico: l’ombra. È l’ombra a concatenare dimensioni distinte, altrimenti incapaci di relazione. È l’ombra ad abitare i corpi degli umani e dei non umani e ad abbracciare e confondere entrambi. È l’ombra a vivere in pensieri e anime dominate da angoscia e sofferenza.

Sino all’acme conclusivo, una vera apocalisse catartica, nella quale il Capitano, ormai annichilito dalla attrazione per Marie Verdier e preda di una furia distruttiva e autodistruttiva, incendia il proprio orgoglio, il piroscafo che aveva sapientemente guidato per innumerevoli traversate. Così facendo, Zocalo distrugge il proprio ordine, quell’equilibrio interiore costruito sull’autodisciplina e sul rigore.

Chiudendo il libro e tornando alla propria quotidianità, rimane un’inquietudine. Come se avere aperto quella finestra ci condannasse alla verità, a fare i conti con la moltitudine di irregolarità e di contraddizioni che ciascuno di noi contiene. Sono tempi, questi, nei quali il senso delle parole e delle cose subisce ogni giorno aggressioni e regressioni eccezionali. Senza che se ne abbia coscienza: il terrorismo, la guerra, la crisi, la solitudine e il disagio esistenziale ci privano addirittura della consapevolezza di un disordine nuovo che avanza e si impone.

Il romanzo di Daniela Frascati, tra gli altri, ha anche questo pregio: spiazza, costringe allo scatto di lato, a leggere la luce oltre il nero.

Per questo ci fa bene: è una dolcissima medicina contro le nostre paure interiori e le fobie del nostro tempo.

 

 

Sulla Salute non si scherza: la Sinistra riparta anche da qui

vecchPoco prima di Natale l’Istat ha reso noto un dato inquietante: nel nostro Paese il totale dei decessi nei primi 8 mesi del 2015 è aumentato di 45.000 unità, con una proiezione annua di + 67mila, equivalente a un incremento rispetto all’anno precedente di più dell’11%. Per avere un picco rispetto all’anno precedente così alto bisogna tornare al 1943, anno fatidico per la storia politica e militare dell’Italia.
Si tratta di un incremento enorme, caratterizzato da una forte componente femminile (41mila donne) e riguardante in particolare la fascia più anziana della società.
Questo dato va letto insieme a quello che ci consegna il rapporto dell’Ocse Health at Glance 2015 riguardante “l’aspettativa di vita in buona salute per gli over 65”, cioè gli anni che una persona oltre i sessantacinque anni può vivere senza perdere la propria autonomia e provvedere da sola ai propri bisogni. Si tratta di uno dei dati più bassi tra i Paesi analizzati, con un crollo registrato nel 2014. Nel frattempo, l’aspettativa media di vita è di 83 anni, seconda al mondo solo a quella del Giappone (84).
Che cosa ci dicono questi numeri? Tratteggiano il quadro di un Paese abitato da moltissimi anziani ma in pessime condizioni cliniche e spesso non autosufficienti, con una forte domanda di Sanità e prestazioni assistenziali correlate (trasporto malati, ausili per la deambulazione, esami di controllo e diagnosi), in un contesto – non bisogna mai dimentirarlo – di crisi e quindi di difficoltà economica per le famiglie ormai cronica.
Tutto questo avrebbe dovuto sconsigliare ulteriori tagli al Welfare, che invece ci sono stati.
Vittorio Agnoletto e l’Associazione Altroconsumo hanno ricordato nei giorni scorsi numeri impietosi.
Il 14% del reddito familiare è destinato alle spese mediche, con una cifra per nucleo di circa 2000 euro per prestazioni essenziali. Il 13% delle famiglie è costretto a indebitarsi. Il 46% delle famiglie addirittura rinuncia ad alcune spese sanitarie primarie, non potendosele permettere. Tra le spese sanitarie “differibili” si rinuncia alle cure dentarie (il 38%), alle cure oftalmiche (il 22%) e alla riabilitazione (il 15%).

Deve essere chiaro che questi dati descrivono la nuda vita. Anche la sola rinuncia a spese sanitarie non vitali determina un radicale cambiamento nelle condizioni materiali e psicologiche di molti anziani. Chi rinuncia alle cure dentarie deve cambiare dieta, assumendo cibi molto morbidi. Per chi rinuncia invece a terapie riabilitative, il problema è un deficit nella mobilità, destinato via via ad aumentare e a diminuire l’autonomia, minata ulteriormente se ci sono problemi di vista. Spesso l’isolamento e la solitudine che ciò produce porta a depressioni e altre patologie psicologiche.

Come non vedere, allora, la correlazione tra Sanità insufficiente per le fasce deboli e l’aumento delle morti? Come non capire che l’unico intervento possibile sarebbe l’aumento degli investimenti e non la previsione di ulteriori tagli?
Capiamo che il governo Renzi è rassicurato dal fatto che la spesa sanitaria privata ha raggiunto ormai i 30 miliardi di euro all’anno, ma si tratta appunto di spesa sanitaria privata. Scelta individuale che la gran parte della popolazione italiana non si può permettere. Sulla salute non si può scherzare.

Un discorso anticapitalista venuto dal Sud

Un discorso anticapitalista venuto dal Sud
Il papa contro lo «sterco del demonio»
In settembre il capo della Chiesa cattolica deve visitare Cuba, poi gli Stati Uniti, dopo aver lavorato per il riavvicinamento di questi due Paesi. In questi due ultimi anni Francesco, primo papa non europeo dopo tredici secoli, ha rivolto sul mondo lo sguardo della Chiesa. Promotore di un’ecologia «integrale» socialmente responsabile, questo pastore gesuita argentino andrà anche alle Nazioni Unite, a provocare le coscienze.
Jean-Michel Dumay, settembre 2015
(Traduzione dal francese di José F. Padova)

Davanti a un fitto uditorio riunito al Parco delle Esposizioni di Santa-Cruz, la capitale economica della Bolivia, un uomo vestito di bianco fustiga «l’economia che uccide», «il capitale eretto a idolo», «l’ambizione sfrenata del denaro che comanda». In quel 9 luglio il capo della Chiesa cattolica si rivolge non soltanto ai rappresentanti dei movimenti popolari e all’America latina, che l’ha visto nascere, ma al mondo intero, che egli vuole mobilitare per mettere fine a questa «dittatura sottile» dal fetore di «sterco del diavolo» (1).
«Abbiamo bisogno di un cambiamento», proclama il papa Francesco, prima di incitare i giovani, tre giorni dopo in Paraguay, a «mettersi in rivolta». Fin dal 2013, in Brasile, aveva chiesto loro di «essere rivoluzionari, di andare controcorrente». Nel corso dei suoi viaggi il vescovo di Roma diffonde un discorso sempre più incisivo sullo stato del mondo, sul suo degrado ambientale e sociale, con parole molto forti contro il neoliberismo, il tecnocentrismo, in breve, contro un sistema dagli effetti deleteri: uniformazione delle culture, «mondializzazione dell’indifferenza».

In giugno, sempre con questo spirito, Francesco indirizzava alla comunità internazionale un «invito urgente a un nuovo dialogo sul modo in cui costruiamo l’avvenire del Pianeta». Nella sua enciclica Laudato si chiama ognuno, credente o no, a una rivoluzione dei comportamenti e denuncia un «sistema di relazioni commerciali e di proprietà strutturalmente perversi». Un testo «al medesimo tempo caustico e tenero», che «dovrebbe scuotere tutti i lettori non poveri», considera il New York Rewiew of Books (2). In Francia 100.000 esemplari di questo piccolo manuale sono stati venduti in sei settimane (3).

Ecco dunque un Pontefice che assicura che un altro mondo è possibile, non al momento dell’Ultimo Giudizio, ma quaggiù e adesso. Questo papa superstar, nel solco mediatico di Giovanni Paolo II (1978-2005), tronca e divide: beatificato da personaggi ecologisti e critici della globalizzazione (Naomi Klein, Nicolas Hulot, Edgar Morin) per aver «sacralizzato la sfida ecologica» in un «deserto del pensiero» (4), demonizzato dagli ultraliberisti e i clima-scettici, capaci di fare di lui «la persona più pericolosa sul Pianeta», come ne ha fatto la caricatura un polemista della catena televisiva ultraconservatrice americana Fox News.

Le destre cristiane si inquietano nel vedere un papa dai discorsi sinistrorsi e così poco facondo sull’aborto. E gli editorialisti della sinistra laica s’interrogano sulla profondità rivoluzionaria di quest’uomo del Sud, primo papa non europeo dopo il siriano Gregorio III (731-741), che grida allo scandalo davanti al traffico di migranti, chiama in sostegno dei greci respingendo i piani di austerità, chiama «genocidio» un genocidio (quello degli armeni), firma un quasi-concordato con lo Stato della Palestina, appoggia la fronte in segno di preghiera al Muro del Pianto per la barriera di separazione che gli israeliani impongono ai palestinesi e si avvicina a Vladimir Putin sulla questione siriana, mentre in Occidente l’orientamento è per le sanzioni contro la Russia a causa del conflitto ucraino.

«Ha rimesso la Chiesa nel gioco internazionale», ritiene Pierre de Charentenay, ex redattore capo della rivista Études, attualmente specialista in relazioni internazionali presso la rivista romana La Civiltà Cattolica. «Ha anche cambiato la sua immagine. È il campione dei critici della mondializzazione! Accanto a lui Benedetto XVI fa la figura di un bravo ragazzo». Il predecessore, effettivamente, tutto introversione teologica, sempre incline a condannare, appare come un musone guastafeste vicino al misericordioso argentino, piuttosto portato a perdonare. Ma, in fondo, «la sua forza è soprattutto quella d’interrogare l’insieme di un sistema», pensa il padre de Charantenay.

Ecco che cosa dice precisamente questo primo papa gesuita e americano: l’umanità porta la responsabilità del degrado generalizzato e lascia che il sistema capitalista neoliberale distrugga il Pianeta, «la nostra casa comune», seminando le disuguaglianze. Essa deve quindi rompere con un’economia in cui, come dice l’economista – e anch’egli gesuita – Gaël Giraud, «da Adam Smith e David Ricardo in poi la questione etica è esclusa dalla fiction «della mano invisibile» che si ritiene regoli il mercato (5). Essa ha ormai bisogno di una «autorità mondiale», di norme cogenti e soprattutto dell’intelligenza dei popoli, al servizio dei quali è necessario porre d’urgenza l’economia. Perché la soluzione politica si trova nelle loro mani e non in quelle delle élite, sviate dalla «miopia delle logiche del potere».

Per il papa la crisi ambientale è innanzitutto morale, frutto di un’economia disgiunta dall’umano, nella quale si accumulano i debiti: fra ricchi e poveri, fra Nord e Sud, fra giovani e vecchi. Nella quale «tutto si collega»: povertà-esclusione e cultura dello scarto, dittatura del termine-corto e dell’alienazione-consumismo, riscaldamento climatico e glaciazione dei cuori. Così che «un vero approccio ecologico si trasforma sempre in un approccio sociale». Chiamata a reagire, l’umanità deve quindi dotarsi di una «nuova etica delle relazioni internazionali» e di una «solidarietà universale», ciò che il papa Francesco perorerà all’Assemblea generale delle Nazioni Unite (ONU) il 25 settembre, in occasione del lancio degli Obiettivi del millennio per lo sviluppo.

Certo, si arguirà, tutto questo non è totalmente nuovo. «Francesco s’iscrive con una assai bella continuità nella linea del Concilio Vaticano II (che si è tenuto fra il 1962 e il 1965 e il cui scopo era di aprire la Chiesa al mondo moderno)», constata a Roma, per esempio, Michel Roy, segretario generale della rete umanitaria Caritas Internationalis. Di fatto, il pontefice rimanda al Vangelo, rivisita la dottrina sociale della Chiesa elaborata nell’era industriale e, soprattutto, aggancia queste convinzioni a quelle di Paolo VI (1963-1978), nel quale il padre de Charanteney vede il suo «maestro intellettuale e spirituale».

Primo papa della globalizzazione e dei grandi viaggi intercontinentali, Paolo VI, sulla traccia del riformatore Giovanni XXIII (1958-1963), è colui che ha fatto uscire fisicamente il papato dall’Italia, ha internazionalizzato il collegio dei cardinali, moltiplicato le nunziature (ambasciate della Santa sede) e i rapporti bilaterali con gli Stati (7). È anche colui che ha condotto la Chiesa a superare le sue ristrette competenze di gendarme delle libertà religiose per renderla «solidale con le angosce e le pene dell’intera umanità (8)». Per Paolo VI lo sviluppo era il nuovo nome della pace; una pace intesa non come un dato di fatto, ma come il processo dinamico di una società più umana, aperta su una ricchezza condivisa.

Tuttavia, se anche vi è continuità e perfino, per alcuni, una sorta di realizzazione del grande sconvolgimento cattolico avviato negli anni ’60, è difficile ignorare che il pontefice argentino si distacca nettamente dai suoi predecessori. Anche se essi non erano, neppure loro, avari di discorsi antiliberisti, i pontificati del polacco Giovanni Paolo II e del tedesco Benedetto XVI, questi santi padri del rigore, sono stati segnati dal loro ancoraggio dottrinale. L’ultimo, di Benedetto XVI, inoltre, è stato infangato da qualche «affaire» che l’amministrazione vaticana ha avuto qualche difficoltà a gestire, come lo scandalo VatiLeaks: la diffusione di documenti confidenziali che accusavano l’amministrazione della Santa Sede di corruzione e di favoritismi, in particolare per certi contratti stipulati con imprese italiane.

Due tipi d cause possono essere ipotizzate per l’attuale rinnovamento: le une riguardano il contesto; le altre sono inerenti all’uomo. «Su un piano etico-politico Francesco riempie un vuoto a livello internazionale», constata François Mabille, professore di Scienze politiche al Politecnico di Lilla e specialista della diplomazia pontificia. Egli è il papa del dopo-crisi finanziaria del 2008, come Giovanni Paolo II lo era stato per la crisi del comunismo. «Procedendo a un aggiornamento della dottrina sociale, Francesco introduce un pensiero sistemico, nel quale tutto fa sistema, e occupa con successo la nicchia della sollecitudine contestataria». Vi era urgenza, aggiunge Mabille: «Il tempo della Chiesa non era più quello del mondo. Per Benedetto XVI tutto si svolgeva troppo rapidamente. Era necessario essere nell’anticipazione e non più nella reazione».

Prima di andare a scuotere il mondo, il nuovo papa ha quindi messo sottosopra la sua casa. Adepto di una sobrietà che condivide con Francesco d’Assisi, del quale ha preso il nome, ha instaurato, se così si può dire, un papato «normale», che egli vuole sia esemplare. Ha messo in soffitta gli ultimi attributi onorifici d’abbigliamento della sua funzione e ha stabilito la sua dimora in un bilocale di 70 mq, che ha preferito ai lussuosi appartamenti pontifici. Il papa ama il simbolo e spesso unisce il gesto alla parola, ciò che è ripagante in una società dell’immagine.

Così, con una bonomia che sembra fare di lui il curato del mondo, appare diretto, spontaneo, e chiama gatto un gatto – rischiando qualche deragliamento diplomatico, che poi portavoce e nunzi riescono (o no) a recuperare. Designato dai suoi pari per riformare in profondità la Curia, vale a dire l’apparato dello Stato della Santa Sede, ha elencato senza tanti riguardi i quindici mali che affliggono l’Istituzione, segnata da un clientelismo all’italiana. Fra queste calamità: l’«Alzheimer spirituale» e, al primo posto, l’abitudine a «credersi indispensabili» (9).

Teologia della liberazione non marxista
Per governare, Francesco si è circondato di una guardia ravvicinata di otto prelati radicati sul territorio. Ha avviato commissioni per riformare le finanze e la comunicazione; moltiplicato gli esperti laici per consigliare la sua amministrazione; creato un Tribunale vaticano per giudicare i vescovi che hanno coperto i preti pedofili; nominato un primo gruppo di una quindicina di nuovi cardinali, futuri elettori del suo successore; il prossimo papa sarà scelto mentre lui sarà ancora in vita, come aveva voluto Benedetto XVI per sé stesso. Francesco l’ha ripetuto prima di fare visita a Evo Morales in Bolivia e Rafael Correa in Ecuador: egli è contro i «leader a vita».

I suoi nuovi ussari porporati il papa li sceglie fra coloro che hanno sgobbato là dove sono aperte le ferite sociali, come ad Agrigento, diocesi della quale fa parte Lampedusa, l’isola dell’emigrazione clandestina. Va a cercarli in Asia, nei profondi spazi dell’Oceano Pacifico, in Africa, in America Latina, affrancandosi così da regole non scritte: fine delle arcidiocesi che meccanicamente avviavano i loro titolari verso l’alta gerarchia romana aumentando il peso dell’Europa nel conclave e, lì dentro, quello dell’Italia (10).

«Questo papa rompe i tabù, dà calci al formicaio, senza prendere troppe precauzioni», constata un diplomatico francese, osservando l’azione pontificale. «Ha capito di essere Capo di Stato. La funzione lo afferra. È pragmatico e molto politico». Tutto questo scolora la Chiesa, perché Francesco «è» la Chiesa, come egli stesso ha ricordato, non senza una maliziosa dolcezza persuasiva di gesuita «un po’ astuto» (così definisce sé stesso), a coloro che si preoccupavano se l’istituzione lo avrebbe seguito.

«Ci si accalca per vederlo!», gongola sull’altra sponda, dal lato delle nunziature, un consigliere pontificio. In due anni più di cento Capi di Stato sono stati ricevuti in Vaticano. Alcuni cercano la sua mediazione: gli Stati Uniti e Cuba, il cui riavvicinamento egli ha reso più facile; la Bolivia e il Cile, si sussurra, per quanto riguarda l’accesso della prima all’Oceano e via via fino all’organizzazione guerrigliera delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) che gli chiedono la sua intercessione quando passerà per Cuba… Così sono i desideri del papa, che fa riaprire a Roma un ufficio di mediazione pontificia. Senza successo garantito: nel giugno 2014 fare pregare insieme, molto mediaticamente, il Presidente palestinese Mahmoud Abbas e il Presidente israeliano Shimon Peres nei giardini del Vaticano non ha impedito i sanguinosi attacchi di Israele si Ghaza, un mese dopo.

Nato in Argentina, Jorge Mario Bergoglio, papa Francesco, «è il primo papa che comprende veramente gli scambi Sud-Sud, in materia di beni materiali o di beni simbolici, religiosi», pensa Sébastien Fath, membro del Gruppo società, religioni, laicità. «Egli sa che predicatori africani sono in rapporti con le Chiese brasiliane, che i gesuiti indiani partono in missione in Africa». È un «latino perfetto… che non parla inglese», completa Roy della Caritas. Nipote di immigrati piemontesi, «fa pensare a un papa europeo che abbia lasciato l’Europa: un’Europa no future!», riprende il nostro diplomatico francese. «Non ha una visione geopolitica del mondo, per essere precisi», afferma Roy. Un mondo che egli d’altra parte conosce poco: Francesco non ha quasi per niente viaggiato prima del papato. «Innanzitutto egli punta il dito contro un sistema, materialista, basato sulla promozione dell’individuo, che distrugge le solidarietà tradizionali e sprofonda i più fragili nella povertà». Per il consigliere pontificio «è un lanciatore di allarmi!».

Un tempo monello dei sobborghi di Buenos Aires, Bergoglio ha tuttavia la sua propria geografia dello spazio: meno un’opposizione fra Sud e Nord che fra un centro e le «periferie», siano esse spaziali (Paesi poveri, sobborghi, bidonville) o esistenziali (popolazioni precarie, esclusi, detenuti, ecc.). In questa visione vi sono tante periferie al Nord e aspetti colonialisti nei circuiti globalizzati ed è lì che egli vuole la sua Chiesa prioritariamente al lavoro.

Bergoglio ha scelto il suo campo: quello della «opzione preferenziale per i poveri» e i «piccoli» che, nei suoi discorsi, come a Santa Cruz, egli affronta personalmente: «straccivendoli», «raccoglitori d’immondizie», «venditori ambulanti», «facchini», «lavoratori esclusi», «contadini minacciati», «indigeni oppressi»», «emigranti perseguitati», «pescatori che possono appena resistere all’asservimento operato dalle grandi corporation»… È un Pastore con slanci missionari molto forti, così si dice. Non un diplomatico. È questo un problema? Per quello vi sono… i diplomatici, pilotati dall’esperto segretario di Stato Pietro Parolin, già uomo di missioni delicate in Venezuela, in Corea del Nord, in Vietnam e in Israele.

Il sinodo sulla famiglia presto concluso
«Il papa è convinto che l’avvenire sia con quelli che stanno sul territorio», riconosce Roy. Il papa diffida delle organizzazioni (cominciando dalla sua!), le cui derive portano, secondo lui, alla sterilità dei discorsi autoreferenziali lontani dalla realtà. Questo fa di lui un dirigente dall’approccio umano e manageriale di grande ascendente, constatano i diplomatici, mentre i suoi predecessori erano totalmente proiettati dal vertice verso la base. «Vi chiedo la vostra preghiera che è la benedizione del popolo per il suo vescovo», ha detto Francesco ai fedeli in piazza San Pietro, invertendo i ruoli, il giorno della sua elezione.

Questo attaccamento alle popolazioni, che gli conferisce accenti populisti (è stato vicino a un gruppo della gioventù peronista (11)), lo ancora concettualmente nella teologia del popolo, un ramo argentino non marxista della Teologia della Liberazione (12). La teologia del popolo: «Un teologia per il popolo e non dal popolo», riassume Pierre de Charentenay per sottolineare la differenza. «Il papa opera una specie di ripresa popolare e culturale della teologia della liberazione». Detto a mezza voce, non è pur meno una riabilitazione. Derivata dall’appropriazione latino-americana del Concilio Vaticano II negli anni ’70, la teologia della liberazione era soffocata da Benedetto XVI e Giovanni Paolo II per il suo approccio marxisteggiante. Nel settembre 2013 Francesco riceveva in udienza privata, a Roma, uno dei suoi illustri fondatori, il padre peruviano Gustavo Gutierrez. Nel marzo 2015 beatificava Mons. Oscar Romero, l’arcivescovo del San Salvador assassinato nel 1980 in piena Messa da militanti di estrema destra. I suoi predecessori non avevano nemmeno avviato l’istruzione della procedura di beatificazione. Secondo Leonardo Boff, uno dei capifila brasiliani del movimento, la visione di Francesco s’iscrive «nella grande eredità della teologia della liberazione». Il suo pontificato potrebbe perfino aprire una «dinastia di papi del terzo mondo» (13).

Ma Bergoglio stona anche perché è un vero capo di chiesa, un papa manager, il primo ad aver concretamente esercitato responsabilità territoriali extra-diocesane a livello nazionale. Dal 2005 al 2011 è stato Presidente della conferenza episcopale argentina (14). Di conseguenza «le truppe [in Vaticano] sono molto meglio organizzate», constata un osservatore romano, «la sua personalità, le sue implicazioni personali, hanno ri-dinamizzato la diplomazia della Santa Sede».

Con la sua direzione Francesco ha fissato una rotta per la sua multinazionale. Abilmente ha dimensionato l’attacco in funzione del bersaglio e attribuisce al suo progetto l’aspetto noto dell’«internazionalismo cattolico» (15): partecipare alla pacificazione delle relazioni fra Stati, promuovere la democrazia, insistere sulle strutture di dialogo internazionale, sulla giustizia per i popoli, il disarmo, il bene comune internazionale, tutti temi che talora conferiscono alla Chiesa cattolica aspetti di pura organizzazione non governativa (ONG). E all’interno, ai suoi colleghi cardinali alla sua elezione, il gesuita argentino ricorda l’essenziale: evangelizzare, certamente. Ma anche fare uscire la Chiesa da sé stessa, dal suo «narcisismo teologico», per andare senza aspettare verso le «periferie» (16).

Alcuni [cardinali] sembrano non aver valutato a chi essi confidavano le Chiavi. Perché per evangelizzare Francesco non brandisce la sua croce come Giovanni Paolo II il quale, fin dal suo primo sermone, passava all’offensiva: «Non abbiate paura! Spalancate le porte al Cristo (…), aprite le frontiere degli Stati, dei sistemi politici ed economici (17)…». Il papa argentino ha un altro senso politico. Egli non esita a fare lavorare la Chiesa con movimenti popolari che sono ben lontani dal condividere la sua fede. Ha compreso che se la Chiesa restasse universale non sarebbe più il centro del mondo – ma tutt’al più una «esperta in umanità», come la presentava Paolo VI.

Queste nuove inclinazioni non nascondono le difficoltà. Nel Vicino Oriente, dove Francesco nel 2013 lanciava il ritorno della diplomazia vaticana chiedendo la pace in Siria, quando la Francia e gli Stati Uniti volevano staccarsi dal regime di Bashar al-Assad, alla fine la Santa Sede ha dovuto fare marcia indietro di fronte all’urgenza: un anno più tardi egli chiedeva alle Nazioni Unite di «fare di tutto» per contrastare le violenze dello stato Islamico (Daesh), responsabile di «una specie di genocidio in atto» che costringeva i cristiani all’esodo. I fondamentalismi non sanno che farsene del dialogo interreligioso.

Allo stesso modo in Asia, regione percepita come un giacimento per lo sviluppo, la diplomazia vaticana procede con difficoltà. Se le relazioni con il Vietnam stanno rianimandosi, in Cina un’intera corrente cattolica, controllata dall’Associazione patriottica dei cattolici cinesi, struttura statale, continua a sfuggire al vescovo di Roma. Certamente Francesco ha fatto di tutto per ammansire il presidente Xi Jinping – evitando in particolare di incontrare il Dalai-Lama – e ha riconosciuto un’ordinazione vescovile avvenuta in luglio a Anyang (provincia dello Henan), ciò che non era accaduto da tre anni ad oggi. Ma la realtà è molto lontana dai sogni missionari: negli ultimi mesi, riferisce l’agenzia Chiese d’Asia, le autorità cinesi hanno fatto distruggere a decine le croci sulle chiese, troppo ostensibili, specialmente nella provincia dello Zhejiang. Infine, in India, l’infima minoranza cattolica (2,3% della popolazione) subisce regolarmente offese ai beni e alle persone.

Per Francesco gli ostacoli non si trovano soltanto in terre lontane non cristiane. Negli Stati Uniti, dove parlerà il 24 settembre davanti al Congresso, il suo tasso di popolarità è calato: dal 76% di opinioni favorevoli in febbraio al 59% in luglio, dopo l’enciclica e il discorso di Santa Cruz, soprattutto presso i repubblicani (45%) (18). Il tono, tanto quanto il fondo, non suona bene. Gli si rimprovera il suo tropismo, la sua scarsa considerazione per quello che il capitalismo ha potuto apportare ai Paesi poveri o per i suoi sermoni che non propongono soluzioni (19). A sinistra si sospetta un’offensiva di fascino per fare passare pillole più amare. Si nota che egli mantiene l’opposizione dottrinale alla contraccezione e non fa evolvere quella relativa all’uso del preservativo in materia di lotta contro l’AIDS. Che elude le conseguenze della demografia incalzante, tanto problematica quanto lo è il consumismo. «La crescita demografica è pienamente compatibile con uno sviluppo integrale e solidale», assicura il papa al contrario. I conservatori, da parte loro, lo rimandano seccamente alle sue competenze teologiche e morali. «Io non mutuo la mia politica economica dai miei vescovi, dal mio cardinale o dal mio papa», ha dichiarato Jeb Bush, candidato repubblicano alla casa Bianca, convertito al cattolicesimo vent’anni fa (20). Il papa non si formalizza: «Non aspettatevi da questo papa una ricetta», «La Chiesa non ha la pretesa (…) di sostituirsi alla politica».

Più generalmente Francesco è atteso sulle questioni della società, sulle quali gli organi vaticani da due anni hanno messo la sordina. Nel 2014 egli ha aperto un vaso di pandora chiedendo ai vescovi, riuniti nel Sinodo, di lavorare sul tema famiglia. I lavori termineranno quest’anno, in ottobre. A più riprese egli è sembrato favorire un’evoluzione sulla questione, molto delicata nell’istituzione, dei divorziati risposati privati della comunione, o ancora sull’omosessualità – il suo risonante «Chi sono io per giudicare?», che tuttavia non gli ha impedito di congelare, in primavera, la procedura di nomina presso la Santa Sede di un nuovo ambasciatore di Francia, il cui orientamento sessuale era stigmatizzato specialmente dalla Curia.

All’interno più d’uno lo attende alla svolta. Egli vuole rompere con il centralismo romano, sviluppare la collegialità, rendere alle conferenze episcopali la loro parte di autorità dottrinale, promuovere l’introduzione della cultura nella liturgia. Di che scompigliare l’unità della sua Chiesa. Ora, egli ha già 78 anni… E la Curia, un universo che gli era ignoto, oppone una bella resistenza. «Vi si rompe i denti», osserva Pierre de Charantenay. «L’aratro si è bloccato in un terreno difficile». Per la famiglia Francesco si appella a «un miracolo». E d’altronde per il momento nulla dice che questo papa che dà fastidio riuscirà.

(1) Le pape reprend ici une expression de l’un des Pères de l’Eglise, Basile de Césarée, un ascétique précurseur du christianisme social.
(2) Bill McKibben, « The Pope and the planet », The New York Review of Books,13 août 2015.
(3) Pape François, Loué sois-tu. Lettre encyclique Laudato si’ sur la maison commune, disponible en France chez plusieurs éditeurs (Bayard, Cerf, Artège, Salvator, etc.), de 3 à 4,50 euros, et gratuitement sur Internet.
(4) « Naomi Klein prend fait et cause pour l’encyclique du pape », 2 juillet 2015 ; « Nicolas Hulot : “Le pape François sacralise l’enjeu écologique” », L’Obs, Paris, 28 juin 2015 ; « Edgar Morin : “L’encyclique Laudato Si’ est peut-être l’acte I d’un appel pour une nouvelle civilisation” », La Croix, Paris, 22 juin 2015.
(5) « Que penser des positions du pape sur l’économie ? », La Croix, 24 juillet 2015.
(6) Paul VI, inspirateur du pape François, Editions Salvator, Paris, à paraître le 24 septembre 2015.
(7) Le nombre des Etats avec lesquels le Saint-Siège entretient des relations est passé de 49 en 1963 à 84 en 1978. Il est actuellement de 180. L’Afghanistan, l’Arabie saoudite, la Chine, la Corée du Nord et le Vietnam comptent parmi la quinzaine de pays avec lesquels il n’en entretient pas.
(8) Philippe Chenaux, Paul VI, Editions du Cerf, Paris, 2015.
(9) « Les quinze maux de la curie, selon le pape François », Le Monde, Paris, 23 décembre 2014.
(10) Sur les 113 cardinaux-électeurs qui ont choisi François en mars 2013, 59 étaient européens dont 28italiens.
(11) Bernadette Sauvaget, Le Monde selon François. Les paradoxes d’un pontificat,Editions du Cerf, Paris, 2014.
(12) Juan Carlos Scannone, Le Pape du peuple. Bergoglio raconté par son confrère théologien, jésuite et argentin, entretiens avec Bernadette Sauvaget, Editions du Cerf, 2015.
(13) « “Mientras viva Ratzinger, no es bueno que Francisco me reciba en Roma” », El País, Madrid, 23 juillet 2013.
(14) Chez les jésuites, il avait été auparavant, entre 1973 et 1978, sous l’ère du général Jorge Rafael Videla, jeune provincial (patron) de la Compagnie de Jésus de son pays. Une polémique, non étayée, l’accuse d’un manque de fermeté vis-à-vis de la dictature.
(15) « L’internationalisme catholique », Diplomatie. Les grands dossiers, n°4, Paris, août-septembre 2011.
(16) Intervention de Jorge Mario Bergoglio devant les congrégations générales précédant le conclave l’ayant élu pape, le 13 mars 2013. Le texte, censé rester secret, a été diffusé quelques mois plus tard, avec l’accord du pape, par le cardinal Jaime Ortega, archevêque de La Havane.
(17) Lire Peter Hebblethwaite, « Le rêve polonais d’une chrétienté restaurée », Le Monde diplomatique, mai 1998.
(18) Sondage Gallup, 22 juillet 2015.
(19) « In fiery speeches, Pope renews critiques on excesses of global capitalism »,International New York Times, Paris, 13 juillet 2015.
(20) « Jeb Bush joins Republican backlash against Pope on climate change », The Guardian, Londres, 17 juin 2015.

La nuova Syriza: una nota importantissima di Yiannis Bournos

Pubblico sul mio blog questa nota dell’amico e compagno Yiannis Bournos, responsabile Esteri di Syriza. Ritengo le posizioni qui contenute un vero e proprio spartiacque, che stabilisce con chiarezza qual è il profilo e la proposta politica di Syriza dopo la scissione subita. Condivido integralmente la nota e penso – come scrivo da tempo – che le linee che traccia (in particolare rispetto al tema dell’Europa e del rapporto tra la politica, l’alternativa e il governo) debbano essere parte essenziale della prospettiva intorno a cui deve nascere la nuova Sinistra nel nostro Paese.

 

NOTA SUI RECENTI SVILUPPI POLITICI IN GRECIA
A tutti i partiti della Sinistra Europea
A tutti i partiti di sinistra e progressisti, amici e fraterni

Atene, 26 agosto 2015

Cari compagni e amici,

il 20 agosto il primo ministro greco, il compagno Alexis Tsipras, in un discorso alla nazione ha annunciato le sue dimissioni e ha chiesto al Presidente della Repubblica di avviare il processo costituzionale per le elezioni anticipate (da tenersi possibilmente il 20 settembre). Lo stesso giorno il compagno Tsipras si è recato dal Presidente della Repubblica greca Pavlopoulos e ha ufficialmente rassegnato le sue dimissioni.

Il giorno dopo, 25 membri del gruppo parlamentare di Syriza (la maggior parte dei quali appartenenti alla “Piattaforma di Sinistra di Syriza”) hanno ufficialmente dichiarato di formare un nuovo gruppo parlamentare e un nuovo partito con il nome di “Unità Popolare”, guidato da Panagiotis Lafazanis, ex ministro della Ricostruzione produttiva. Nello stesso giorno, altri quattro parlamentari di Syriza hanno dichiarato di voler essere indipendenti.

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Quello che ha in testa la grande borghesia italiana

Leggere Ernesto Galli della Loggia e i suoi editoriali del Corsera è sempre istruttivo. Questa volta è indispensabile per capire cosa ha in testa la grande borghesia italiana o quantomeno una sua parte, rilevante e consistente. Galli della Loggia scrive così: “E’ un fatto: la Germania ha una naturale spinta a primeggiare – e di gran lunga – su tutti gli altri Paesi dell’area continentale […] La spinta tedesca al primato nell’Unione Europea ha un che di inevitabile. Appartengono infatti alla Germania la popolazione più numerosa, le esportazioni più cospicue, l’economia più forte sostenuta da un’alta produttività, la tecnologia e la ricerca tra le più avanzate, strettissimi legami linguistici e/o culturali e quindi di influenza con numerosi altri Paesi; infine essa possiede una posizione geografica che la proietta immediatamente verso Oriente, fino alla Russia, con funzioni di naturale economia-guida se non di vera e propria leadership culturale”. Poche righe più tardi, entrando nel merito delle attuali scelte di politica economica della Germania, individua un limite e offre un suggerimento: il limite è quello di avere ridotto questa “spinta naturale” al primato all’esercizio di un puro e semplice “dominio”. Il suggerimento – prendendo in prestito Gramsci, a dimostrazione che i nostri avversari ci leggono e studiano – è quello di trasformare questa aspirazione al dominio in una pratica egemonica. Solo così, attraverso la “capacità di costruire un’egemonia”, la Germania potrà imporre la propria leadership, mettere in campo una grande progettualità politica ed esigere il “rispetto delle regole”.

Non so a voi, ma tutto questo a me colpisce, fa riflettere perché tradisce il carattere di fondo della grande borghesia italiana: da sempre subalterna, prona, giustificazionista al limite del collaborazionismo. E allora attrezziamoci anche noi, invece che costruire la nostra identità sul battutismo facile, sulle frasi a effetto, sugli spot elettorali.

Prendiamo sul serio questa sfida e proviamo a mettere in campo una nostra alternativa che sia il frutto di un progetto culturale autonomo. Io penso che quest’alternativa passi anche dal rovesciamento del paradigma contenuto nell’editoriale di Galli della Loggia. Che Europa vogliamo? E quale idea di Europa suggeriamo a un nuovo patto tra le forze produttive del Paese? Forse è il tempo che si inizi a pensare a un’Europa con il baricentro più basso, che guardi senz’altro a nord e alla cultura mitteleuropea ma anche a sud, al Mediterraneo, ai ponti da gettare verso l’Africa e il Medio Oriente. E che guardi non più e non soltanto a ovest, agli Usa e alla cultura anglosassone ma anche e in primo luogo ad est, non certo nei termini di un nuovo Lebensraum da occupare (come le parole di Galli della Loggia indicano, consapevolmente o meno) ma come base dello sviluppo di un nuovo multipolarismo, con nuovi attori, nuovi poteri, nuove culture. Discutere di tutto questo, ora, è senz’altro impopolare. Ma è possibile?

Andiamo oltre

Proviamo a dire alcune cose di buon senso, dentro settimane, giorni e ore che potrebbero essere importanti per il futuro della sinistra italiana.

La prima: chi ha a cuore la coalizione sociale lanciata da Maurizio Landini non può continuare ad equivocare, a strumentalizzare, a confondere le acque. Il segretario generale della Fiom-Cgil lo ha detto in tutte le lingue ed è scritto nero su bianco nel documento di lancio dell’assemblea di settimana scorsa: la coalizione sociale non è un partito né un embrione di partito e non è alternativo né concorrente rispetto ai processi politici oggi in campo. È invece il tentativo, che tutti noi dobbiamo facilitare e sostenere, di rafforzare legami sociali e reti di resistenza, mutualismo e conflitto necessarie dentro la crisi e utili nello scontro con il governo e le sue politiche di austerity. È tantissimo, ed è questo. È tantissimo, ma è questo, non altro.

La seconda: abbiamo passato gli ultimi due anni a chiedere a Pippo Civati di uscire dal Pd ed è ciò che finalmente è successo. Con lui, sono usciti altre compagne e altri compagni e, nei prossimi giorni, ne usciranno ancora altri, che rappresentano pezzi decisivi della costruzione del nuovo soggetto. Sarebbe inspiegabile non esserne felici e, anzi, individuarli come un ostacolo o un concorrente. Come abbiamo detto negli ultimi mesi, quel fatto avrebbe liberato energie, determinato – anche simbolicamente – l’avvio di una nuova fase, la conferma che l’intuizione di Human Factor, che noi abbiamo raccolto e da cui partiamo, era giusta. Oggi quella nuova fase – quella in cui può prendere avvio un nuovo soggetto – è possibile, finalmente alla nostra portata: dobbiamo soltanto inaugurarla.

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