Dissento

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intervento alla Direzione Nazionale del Prc – 29 marzo 2013

 

Ho ascoltato con molta attenzione la relazione del Segretario. Voglio dire con grande rispetto e anche con grande franchezza che mi è parsa del tutto inadeguata. Noi continuiamo a discutere tra noi come se non fosse successo nulla in queste settimane. Soprattutto, come se le colpe fossero sempre e soltanto degli altri.
Lo dimostra il fatto che il Segretario ha sostenuto, tra le altre cose, che la migliore soluzione a questa ingessatura parlamentare coinciderebbe esattamente con la nostra linea politica, e cioè con una ipotetica alleanza tra Pd e Movimento Cinque Stelle sui nostri punti programmatici. Non capisco perché, se avevamo così ragione, abbiamo preso il 2% dei voti.
Ma la nostra inadeguatezza e il carattere surreale di molte delle nostre argomentazioni si dimostra anche nelle bordate critiche che riserviamo a chiunque, anche nella relazione di Ferrero di quest’oggi. Si è detto che Bersani, Grillo, Monti e Alfano sono egualmente responsabili dello stesso pastrocchio, che Hollande è morto, che i socialisti europei non esistono.
Continuiamo a metterci sul pulpito a giudicare il mondo. Ma noi? Noi che fine abbiamo fatto?
Al posto che additare e criticare gli altri, dovremmo cominciare a riflettere sui nostri limiti, sulle nostre debolezze, su ciò che ormai – in radice – non funziona più.
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Non rese dei conti, ma svolta per il bene della sinistra.

imagesLa nostra è una sconfitta netta e senza appello. Proponiamo alcuni spunti, un contributo per capire e ripartire.

  1. Le dimensioni del terremoto a cui assistiamo sono tali da impedirci di leggere la nostra sconfitta in termini vittimistici od autoassolutori. Non è sempre colpa degli altri. Non è colpa del popolo che non ci ha capito o della legge elettorale.
  2. Abbiamo dimostrato di non riuscire a capire la società italiana: non prevedere neppure lontanamente il risultato di Berlusconi né la portata della vittoria di Grillo significa non avere il polso del Paese. Per chi fa politica non si tratta di un dettaglio.
  3. Il voto del nostro elettorato si è polarizzato tra una sinistra con ambizioni di governo (con un profilo e contenuti moderati) e una critica radicale al sistema politico (con venature populistiche). Lo spazio politico tra centro-sinistra e Grillo si è ridotto con queste elezioni al punto che ogni opzione intermedia è risultata – agli occhi della nostra stessa gente – inutile e velleitaria. Anche nella mancata comprensione di questa tendenza vive una nostra specifica responsabilità.
  4. Tuttavia, nelle condizioni a cui eravamo giunti, lo sbocco di Rivoluzione Civile con Ingroia candidato presidente del Consiglio era non soltanto lo sbocco obbligato ma anche quello realisticamente più avanzato. Sono stati fatti certamente errori nella campagna elettorale e nella compilazione delle liste, ma non è certo questo il punto di fondo. Non c’erano, nelle condizioni date, alternative realistiche alla scelta compiuta.
  5. La forza di Sel è uscita dalle urne altrettanto ridimensionata. Il risultato complessivo è molto deludente. Soltanto la sua scelta di coalizzarsi con il Pd e questa legge elettorale le hanno consentito di eleggere parlamentari. Leggi tutto »

Contro il ricatto del “voto utile”, contro il grande inciucio Pd-Monti

tafazzi_03Nel vivo di questa campagna elettorale (in cui la nostra priorità è, ovviamente, l’iniziativa esterna, di convincimento e coinvolgimento in mezzo alla gente) provo a riflettere su tre questioni che mi paiono di non poco conto.

La prima riguarda il cosiddetto “voto utile”, che con il passare dei giorni sta diventando il cuore della campagna elettorale, un vero e proprio ricatto esercitato dalla coalizione di centro-sinistra contro l’elettorato di sinistra allo scopo di guadagnare voti liberamente orientati verso Rivoluzione civile.

Deve essere chiaro a tutti che sulla capacità di fronteggiare con efficacia questa campagna di ricatto si gioca gran parte della nostra possibilità di ottenere un risultato positivo. Per questo va chiarito che è semplicemente intollerabile che una forza democratica sostenga l’esistenza di voti che valgono di più (utili) rispetto a voti che valgono di meno (inutili), quando il principio dell’equipollenza dei voti è il cardine del suffragio universale. Quindi delle due l’una: o i voti valgono tutti allo stesso modo, oppure si vada fino in fondo e si abbia il coraggio di mettere in discussione il suffragio universale, proponendo a determinate componenti sociali (oltre che a determinati partiti politici, come si è già fatto) di rinunciare al diritto di voto.

In secondo luogo, va ribadito che è politicamente vergognoso che si chieda ad una lista che si presenta alle elezioni perché dotata di un programma e di una linea politica alternativi di non farlo (e ai suoi elettori di non votarla), dopo essersi rifiutati pregiudizialmente e in maniera del tutto intransigente anche solo di confrontarsi con essa sul programma e sulla linea politica.

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Giovani per la Rivoluzione civile: noi ci stiamo!

rivoluzione.civile.arezzoFinalmente siamo in campo. Antonio Ingroia, uomo autorevole e con la schiena dritta, che in questi anni e negli ultimi mesi ha avuto il coraggio di assumersi la responsabilità di battaglie importanti e difficili, è il nostro candidato premier.

Le sue battaglie per la legalità costituzionale, per la democrazia, contro le mafie e contro gli intrecci perversi tra queste e la politica, tra queste e lo Stato sono le nostre battaglie. Quelle della parte migliore del Paese, delle sue forze vive e dinamiche. I dieci punti programmatici che sorreggono la candidatura di Ingroia e la lista Rivoluzione Civile sono la base di una proposta di governo alternativo del Paese. Incompatibile con il berlusconismo e con il montismo, alternativa alle alleanze che – direttamente o indirettamente – propongono una continuità con i disastri delle politiche degli ultimi vent’anni, in sintonia con le lotte sociali e civili di chi resiste.

In particolare sono due, tra i tanti, i motivi che ci spingono a credere che sia possibile, con Ingroia, aprire il libro dei sogni.

Il primo è che con questo percorso si realizza una parte importante del progetto messo in campo da molti di noi con la campagna referendaria in difesa del lavoro: un progetto unitario della sinistra italiana che mira a ricostruire per il presente e il futuro del Paese una rappresentanza unitaria del mondo del lavoro, dei movimenti, della società civile progressista, esattamente ciò che è mancato – drammaticamente – in questi anni.

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Con Ingroia, con la dignità dei comunisti, guardando al futuro

577752_3744433245002_1101381629_3579668_65881137_nL’iniziativa di Antonio Ingroia di venerdì al Teatro Capranica era quello di cui avevamo bisogno. Dissipa molti dei dubbi che erano nell’aria. Finalmente, oggi, la nostra sfida elettorale può cominciare. Abbiamo un candidato. Un uomo autorevole e con la schiena dritta, che in questi anni e negli ultimi mesi ha avuto il coraggio di caricarsi sulle spalle battaglie importanti e difficili. Per la legalità costituzionale, per la democrazia, contro la mafia e soprattutto contro gli incroci perversi tra questa e la politica, tra questa e lo Stato.Con questa legge elettorale il candidato premier è fondamentale. E noi, finalmente, siamo in campo con un candidato premier che sta rapidamente recuperando, per tutti noi, visibilità, credibilità, autorevolezza.
Soprattutto – è questa la cosa importante – siamo in campo con un profilo programmatico chiaro, rigorosamente alternativo al berlusconismo e al montismo, e che allo stesso tempo ha l’ambizione di proporre un’alternativa di governo e non la testimonianza residuale dei nostri – pur sacrosanti – principi. Leggi tutto »

Cambiare si può… ma diamoci una mossa!

Intervento Direzione Nazionale Prc – 13 dicembre 2012

Ho apprezzato l’onestà della discussione e in primo luogo della relazione del Segretario sulle difficoltà e le criticità del processo che abbiamo avviato. Per questo, con l’obiettivo di lavorare per superarle, voglio indicare quelle che a me paiono le più significative.

In primo luogo c’è un problema che riguarda i tempi: siamo in ritardo clamoroso e nel giro di tre settimane, vacanze di fine anno incluse, dobbiamo decidere nome, simbolo e liste. Un’impresa.

Secondo: c’è un problema di visibilità e riconoscibilità. Non siamo ancora entrati nell’immaginario collettivo, nel sentire comune della nostra gente, nel discorso pubblico.

In terzo luogo c’è un profilo programmatico ancora molto fragile e una grande eterogeneità tra di noi. Alcuni interventi ascoltati per esempio ieri all’assemblea del movimento arancione (a cui dobbiamo guardare con grande attenzione e interesse) sono davvero distanti da noi, dalla nostra cultura politica. Per noi il grado di civiltà di un Paese si misura dalla condizione delle carceri e dal grado di investimento nelle pene alternative. Una cosa molto diversa da chi propone un orizzonte simbolico composto da galera e manette.

Infine è problematico il nodo di come le decisioni vengono assunte, non tanto dentro il gruppo dirigente centrale ma nel rapporto tra centro e territori, i quali devono essere coinvolti, resi protagonisti e non trattati come soggetti passivi di decisioni altrui.

Detto questo, il processo che abbiamo avviato ha una risorsa incredibile, un valore aggiunto su cui mi concentrerei radicalmente: l’ampiezza del fronte che si sta attivando. Cambiare si può, movimento arancione, Idv, Rifondazione comunista, soggetti di movimento e parti di società civile progressista e democratica. Un fronte ampio che ha potenzialità ancora maggiori, potendo intercettare per il profilo che ha scelto gli scontenti di Sel e pure tutti quei compagni della Fds che fino ad oggi hanno fatto scelte diverse.

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Apriamo porte e finestre ai giovani e ai movimenti: costruiamo la Sinistra autonoma dal Pd

intervento al Comitato Politico Nazionale di Rifondazione Comunista – 18 novembre 2012

Non mi sottraggo all’esercizio, in cui tutti ci stiamo cimentando, dell’interpretazione e dell’esegesi della relazione del Segretario.

Allora io dico che condivido la linea politica proposta da Ferrero, e cioè la costruzione di una lista di sinistra autonoma dal Pd e contraria alle politiche del governo Monti; e la condivido nella misura in cui l’aggregazione a cui lavoriamo ha il peso, la massa critica, la dimensione per risultare autorevole, credibile, attrattiva agli occhi dei lavoratori e della nostra gente.

Noi diciamo da tempo che questa aggregazione deve avere una vocazione di tipo maggioritario, l’ambizione di essere egemonica, di essere un soggetto con legami di massa, che vive nella testa delle persone, nel sentire comune di pezzi consistenti di società. Questo argomento non va banalizzato, non ne va fatta la caricatura: se volessimo dire che vogliamo un accordo di governo con il Pd non ci gireremmo intorno: diremmo che vogliamo un accordo con il Pd.

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14 novembre: dallo sciopero generale alla Sinistra unita

Si è soliti, a sinistra, sprecare giudizi e aggettivi iperbolici. Ogni due mesi ci troviamo di fronte ad una “fase completamente nuova” e ogni tre mesi ad un evento dopo il quale “nulla sarà più come prima”.

Non sarà il big bang, ma quella di oggi è stata senz’altro – al di là di ogni retorica – una giornata molto importante.

Dietro l’impulso dei sindacati portoghesi, della Cgt spagnola e della Confederazione dei sindacati europei (la Ces), tutti i Paesi del Sud Europa (Portogallo, Spagna, Grecia, Italia, Cipro e Malta) sono stati teatro di grandi manifestazioni e di grandi scioperi generali.

Centinaia di cortei e di iniziative ed un’unica piattaforma di contestazione delle politiche di austerità imposte dall’Unione Europea e dai governi nazionali.

Cosa ci suggerisce questa giornata? Alcune cose essenziali.

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Non ci fate paura: via il governo delle banche e dei manganelli

Guardate i video che stanno iniziando a circolare in questi minuti in rete e guardate con attenzione le fotografie.

Questa mattina a Milano, Torino, Roma e in tutta Italia è andato in scena un film dell’orrore che, statene certi, tra qualche settimana in molti già non commenteranno più. Non sono state cariche di alleggerimento ma, ovunque, aggressioni a freddo, pesantissime.

In quei video e in quelle fotografie ci sono ragazzi minorenni (di 14, 15, 16 anni) che si proteggono il volto con le mani mentre tre, quattro poliziotti in divisa picchiano forte, accanendosi su di loro con i manganelli.

Guardate quei video e quelle foto e ritrovate il coraggio di indignarvi, perché la nostra dignità in questo Paese ce la stanno calpestando giorno dopo giorno.

Quelle immagini sono le immagini di uno Stato che pianifica e decide di aggredire migliaia di studenti perché sa che chi chiede una scuola pubblica di qualità e risorse per studiare sta chiedendo una cosa incompatibile con l’ordine che le sue classi dirigenti hanno in mente.

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La nostra cultura politica: battere il minoritarismo, lavorare sulle contraddizioni

intervento all’Assemblea nazionale di Essere Comunisti – 16 settembre 2012

In queste settimane ci arrovelliamo molto tra noi intorno alla tattica, al tema delle alleanze e quindi discutiamo con grande animosità sugli appelli, i documenti, le dichiarazioni senza cogliere fino in fondo, forse, che questa discussione nasconde o allude ad una questione profondissima, che va affrontata con molta laicità ma anche con molta nettezza. Questa questione è il nodo delle culture politiche. La realtà è che stanno affiorando culture differenti.

Qual è la nostra?

È quella che fa perno su di un’idea della politica come ambizione maggioritaria, come strumento teorico e pratico dell’egemonia, come luogo della dialettica, del dialogo, come studio aperto e problematico dei dettagli, come spazio fisico nel quale agiscono soggetti di massa, ciascuno dei quali rappresenta interessi sociali precisi e interloquisce con i corpi intermedi. È l’idea, per noi, del partito come moderno Principe che si fa strada dentro l’Occidente (per utilizzare categorie gramsciane) e la sua complessità, le sue innumerevoli articolazioni.

Naturalmente, lo stile di questa cultura politica è lo stile del convincimento, della persuasione, della sobrietà.

Non è e non può essere lo stile dell’insulto, dell’invettiva, delle frasi scarlatte che non sono nient’altro che la messa in scena di una cultura minoritaria, che concepisce il partito come strumento della protesta sterile e disperata, della testimonianza residuale di un’idea statica sconnessa dalle masse e dalla vita quotidiana.

Parto da qui, dalla nostra cultura politica e dal nostro stile, perché penso che dobbiamo innanzitutto ritrovare l’orgoglio della nostra identità. E sulla base di questa dobbiamo pensare strategicamente al nostro destino, al nostro orizzonte, che è l’orizzonte di chi vuole preservare dentro la temperie del nuovo millennio la cultura politica e la forza organizzata dei comunisti. E che al contempo decide di fare vivere questa sfida non nel cantuccio dell’autoreferenzialità ma nella carne viva del Paese, della sua classe lavoratrice, nelle sue sofferenze e nei luoghi del riscatto e cioè dentro un processo di trasformazione e di costruzione di un più ampio e plurale soggetto politico della sinistra italiana.

Con un cuore preciso: il lavoro, giacché la sua solitudine, il silenzio e l’agonia della classe operaia negli ultimi trent’anni è la ferita aperta del Paese che noi dobbiamo rimarginare.

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